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Z di zombie


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Gli zombie non uccidono. Reclutano.
Dalla carta Assassino zombie di Magic The Gathering.

Lunedì mattina in stazione. Attorno a me decine di zombie si muovono senza un perchè, attirati inspiegabilmente da alcune scrivanie poste a kilometri di distanza. Dopo il tramonto, finito l’effetto del sortilegio, tornano verso casa con lo sguardo perso verso le campagne che il treno attraversa, destinati a cadere in un sonno profondo sdraiati sul divano.

Gli zombie originali, quelli della tradizione haitiana, sono pressapoco come quelli che ho appena descritto, anche se a farli muovere non è un contratto a tempo indeterminato (quando si è fortunati) ma una potente magia voodoo.  Schiavi privi di volontà, ipnotizzati al servizio di prezzolati santoni. Com’è possibile allora che nella cultura pop occidentale il termine zombie sia andato a sovrapporsi alla figura del non morto? Gli zombie haitiani non sono dei morti, non mangiano carne umana e rispondono inconsapevolmente al volere di qualcuno. Diversamente, i morti viventi o non morti sono per l’appunto cadaveri, faticosamente deambulanti, che scorrazzano per la città alla ricerca di qualche persona viva da spolpare. Non sono un fan del genere living deads perciò non provo nemmeno ad abbozzare una cronologia completa delle opere che li vede protagonisti ma si può sicuramente dire che è nel cinema degli anni ’60 che trovano il loro ambiente ideale per emergere e prosperare nell’immaginario pop.  Il profeta del movimento dei zombie movies è George Romero che nel fatidico 1968 gira Night of the Living Dead. Il film oltre a rivoluzionare il genere horror, stabilisce le caratteristiche essenziali dell’iconografia del morto vivente: andatura caracollante, assenza di volontà, fame postmortem e segni esteriori dell’avvenuto trapasso (occhiaie nerastre, colorito cinereo, segni di decomposizione et similia). Nonostante un successivo aumento esponenziale della componente splatter questi caratteri si sono preservati sino agli esempi più moderni del genere, tipo Resident Evil o The Walking Dead.

Gli zombie di "Night of Living Dead"

Fu quindi il film di Romero ad appiccicare il nome zombie a questi personaggi? La risposta è no. In un’intervista lo stesso Romero ribadisce di non avere mai adoperato nel film il termine zombie e che ha cominciato ad usarlo solo nel secondo film Dawn of the Dead del 1978, influenzato da coloro che, scrivendo del primo film su giornali e riviste, lo utilizzavano frequentemente. Romero spiega che l’opera che lo ha influenzato maggiormente è stato il libro Io sono leggenda di Richard Matheson. Punti in comune tra l’opera di Matheson ed il film di Romero effettivamente ce ne sono diversi ma nel libro non compaiono morti viventi bensì umani vampirizzati. In realtà esiste un film prodotto dalla casa inglese Hammer nel 1966 che possiamo considerare un anello di congiunzione tra gli zombie del mito voodoo e gli zombie della cultura pop post ’68. Il film, The Plague of the Zombies, racconta dell’apparizione di alcuni morti viventi in un villaggio della Cornovaglia. Ad aver rianimato questi cadaveri, che nel frattempo attaccano gli abitanti del villaggio, è stato un signorotto locale esperto di magia nera haitiana che utilizza i suoi zombie come minatori e killer a costo zero. Un elemento fondamentale che accomuna questo film e il libro di Matheson è la presenza in entrambi i casi di una malattia misteriosa che uccide o trasforma in essere mostruosi gli umani che vengono contagiati e che, propagandandosi tra la comunità, la getta nel panico. L’idea che gli zombie non siano altro che dei portatori di un virus patogeno resiste nel corso degli anni e diventa quasi una costante nelle storie di zombie. Per fare un esempio al di fuori del mondo cinematografico, anche nel primo numero di Dylan Dog, L’alba dei morti viventi, gli zombie altri non sono che dei frutti dei demoniaci esperimenti medici del (spoiler alert) papino di Dylan, Xabaras. Dylan Dog ci spiega che la cura più veloce e definitiva al morbo che affligge gli zombie è costituito da una pallottola nel cranio; anche quelle di semplice metallo sono sufficienti, quelle d’argento invece le tiene in serbo per i licantropi.
Questa metodologia di dezombizzazzione deriva direttamente dai film di Romero e da i vari cloni, compresi diversi spaghetti zombies, in cui i protagonisti bruciano, decapitano e smembrano ogni povero morto che cammina.
Particolare da Dylan Dog Nr. 1 "L'alba dei morti viventi"
Tutti questi elementi contribuiscono a delineare lo zombie come una delle figure più distintive della cultura di massa odierna. E’ incredibile pensare che sino a 50 anni fa, la stessa parola indicava qualcosa di profondamente diverso. L’aspetto mistico e religioso in questo nuovo protagonista della mitologia contemporanea è totalmente assente, adesso ci sono solo paura e, nei casi più interessanti, metafora sociale. Ho l’impressione che il cinema e la letteratura di genere, ma in generale l’intera cultura pop nella sua eccezione più industriale, abbia raggiunto ormai la capacità inarrestabile di triturare, analizzare e riassemblare se stessa più e più volte in archi temporali molto ristretti. In questo processo di impastamento e cottura, qualcuno degli ingredienti orginali va perso e viene sostituito da altri aromi più gustosi per il pubblico americano ed europeo.
Se consideriamo come una figura misteriosa, tutt’al più inquietante, di un folklore tutto sommato periferico alla cultura occidentale viene preso e trasformato in un incubo reale della civiltà computerizzata, capace di riempire negli anni le sale cinematografiche di mezzo mondo, ci accorgiamo di cosa è in grado di fare l’industria della cultura di massa oggi. Lo zombie come il supereroe è ormai diventato un archetipo contemporaneo, nessuno sa chi lo ha creato eppure viene costantemente rianimato, non dal Baron Samedi nei sobborghi di Port-au-Prince ma da qualche sceneggiatore a corto di idee in un loft di Hollywood.


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