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Occulto Italia
Rituali psichedelici nel bel paese


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In un mio ormai vetusto e incompleto dizionario del cacciatore di fantasmi dedicato al variopinto mondo dell’hauntology, avevo concluso la voce “Italia”, con un interlocutorio “Mah”. Avevo segnalato alcune linee letterarie, con l’apocalittico Genna, il padano e spettrale Benati e i rivisitatori di fantasmi politici Wu Ming. Ma in campo musicale mi rimaneva più di un dubbio. Ed ecco allora emergere in questi ultimi anni quella che forse si potrebbe avvicinare a una via italiana all’Hauntology, una linea musicale ribattezzata da Antonio Ciarrella di Blow Up in due fondamentali articoli (l’ultimo in edicola ora) Italian Occult Psychedelia (e coincidente in parte con la ricognizione underground fatta da Valerio Mattioli qui, e segnalata dallo stesso Mattioli a Simon Reynolds). Quello della IOP è un paiolo rimestato da una specie di fattucchiera capace di far convivere gli ingredienti più improbabili. Nella IOP si possono incontrare le evocazioni rituali – tra prog industrial agreste e pischedelia nera e low fi – dei Father Murphy; le orge percussive dei Mamuthones; lo spaghetti noise loopato e deragliato degli Heroin in Tahiti. E poi ancora, il kraut occulto della Squadra Omega, il tribalismo amplificato in salsa mondo dei Cannibal Movie, il blues afrocosmico degli In Zaire, le tessiture da techno nera e narcotizzata di Von Tesla , lo psychofolk cameristico di Gianni Giublena Rosacroce e un altro pugno di prodi frequentatori dei palchi italici, supportati in larga misura dalla formidabile etichetta veneta Boring Machines e da qualche altro raffinato pazzoide (Yerevan Tapes, No Fi…).

Father Murphy

Cos’hanno in comune tutti costoro? Prima di tutto una profonda capacità di immergersi nel passato italiano per risalire in superficie con un pugno di fango radioattivo, proveniente forse da un zederiano terreno K. Materia putrida e vivente che poi usano per creare dei mostruosi e ipnotici mosaici musicali, impastati in un improbabile creatura musicale fatta di Goblin, Fabio Frizzi, Pino Donaggio, Morricone. E con l’aggiunta di ampie dosi di noise, percussioni esotiche, elettronica, fattanze post prog alla Claudio Rocchi e musica cosmica tedesca. Dunque nell’eterogeneità stilistica e nelle ibridazioni continue della IOP si possono ascoltare percussioni da chiesa gotica, sciabolate di synth da videocassetta horror ripescata in un vecchio baule, droni pseudogregoriani intonati da frati malvagi, melodie salmodiate da bambinetti malefici, sinuose linee vocali da bossanova al valium. La IOP ha già il suo festival, il Thalassa, di recente giunto alla seconda edizione, e un paio di emanazioni visive (non so fino a che punto ufficiali, vedi qui e qui) che aumentano la portata delle suggestioni estetiche e sociali della faccenda.

Il risultato, nella convergenza di immagini, suoni, oggetti, propaggini mediatiche e ripescaggi estetici, è davvero straniante: trasmette le sensazioni che si potrebbero avere di fronte a un gigantesco moloch cinematografico fatto di tutte le scene di sangue di Dario Argento, gli zombi di Fulci che vanno alla conquista di New York, le tribune politiche lounge degli anni settanta e la risata del morto e risorto Don Luigi Costa, già parroco della Colonia del Lido Spina. È questo il miscuglio ben individuato da Ciarletta e ulteriormente ramificabile: foklore locale, cattolicesimo, spaghetti western, design modernista, film horror, psichedelia, utopie urbanistiche, avanguardia creativa, eroina e occultismo.

Death Surf dei Heroin in Tahiti

Quindi non si tratta solo una forma di horror music, capace di mescolare un prog a bassa fedeltà, le ossessioni percussive di una tribù di cannibali in un villaggio lucano e la modernità sintetica di un filmaccio apocalittico. A calarsi nel fondo dell’inconscio italiano si pescano anche inquietudini di ben altra nerezza. Ed ecco allora che, in piena mossa hauntologica, evocando una memoria politico-musicale mai del tutto realizzata, questi incantatori di fantasmi riescono a far risuonare una specie di colonna sonora ideale per fare da sottofondo alla famosa seduta spiritica ordita dai notabili DC per ritrovare il corpo di Aldo Moro.

Cannibal Movie

Insomma, ci sono in bella mostra le budella di Lucio Fulci e le sculture mostruose della galleria di L’uccello dalle piume di cristallo, ma anche i palazzi del potere di Elio Petri o gli interni psicotici dei Pugni in Tasca. Quella che viene fuori è, per citare gli Heroin in tahiti, una Spaghetti Wasteland, un deserto da western in cui le chitarre da surf di Morricone risuonano oscure in un vuoto postopolitico: un deserto mentale assolutamente Pasoliniano, in cui gli antichi rituali apocalittici di un medioevo perenne si tatuano sul corpo depredato delle periferie urbane. Mentre i radar giganteschi di A come Andromeda mandano segnali nello spazio, alla ricerca delle antiche civiltà raccontate dall’ufologo marxista Peter Kolosimo.

Ad affrontarsi, sulla spiaggia di Ostia o sullo sfondo del fungo dell’EUR, non sono pistoleri con la faccia di Lee Van Cleef, ma zombi democristiani, cardinali satanici, sottoproletari deformi, magare cresciute all’ombra di piloni autostradali, tarantate imbottite di acido, commissari da poliziottesco con la pancia piena di piombo. E da qualche parte, in un appartamento segreto, con un bicchiere di J&B e i piedi nudi appoggiati su un tappeto peloso, in mezzo alle sciabolate del sax di Papetti che intonano un antica nenia tribale, uno sceneggiatore occulto batte su una Lettera 22 scrivendo il mondo movie definitivo. Quello del nostro presente.


2 commenti

  • duffogrup ha detto:

    Mi par di capire, caro alunno Proserpio, che ci sia una diversità di approccio verso la cultura e l’immaginario del post boom economico italiano tra la IOP e la retromania che ha colpito il sottobosco del rock nostrano una cinquina di anni fa (vedi esempi dei Calibro 35 o dei Lombroso). In quest’ultimo caso si tratta di una riscoperta e ripulitura di suoni ormai in soffitta da tempo, con lo spirito del cinefilo che riguarda per l’ottava volta La casa delle finestre che ridono. Per la IOP l’importante è mescolare ricordi personali, cronaca nera, film e musica fino a creare una nuova colonna sonora totale. Insomma come se in una notte agitata (causata da un indigestione di frico) sognassi il maresciallo Cannarozzo con la faccia di Gastone Moschin, braccato dal commissario Maurizio Merli, che fugge per mezza Italia e si lascia dietro una scia di sangue degna di Clara Calamai, il tutto condito dalla musica dei Goblin che suonano il repertorio di Rita Pavone mixati da Gepy & Gepy. Sbaglio?

  • alunno Proserpio ha detto:

    Direi che hai centrato il problema: per come la vedo io la IOP, e in questo sta il punto di contatto con la Hauntology o con l’Hypnagogic Pop, non ha un approccio filologico con il passato (come nel caso della perizia tecnica dei Calibro 35), ma un approccio indiretto ed evocativo, una specie di trance che li fa parlare con le voci e i suoni del passato ma in modo deviato e sfumato.
    Per quanto riguardo il caro Maresciallo Cannarozzo, è chiaramente un personaggio hauntologico-psicocculto di primissimo piano. Ma su questo si dovrà tornare…

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