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Your Name. The Mastro Stout version


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Ho visto “Kimi no na wa” (titolo internazionale: “Your Name”). Capolavoro, e non solo dell’ottava arte. Un’opera enorme, riuscita sotto tutti i punti di vista: realizzazione tecnica impressionante (effetti di luce di tale livello, sinceramente, io e gli altri divoratori di anime presenti con me in sala non li avevamo mai nemmeno lontanamente visti); storia commovente ma, al solito nelle opere nipponiche, intervallata da momenti ironici godibilissimi; sceneggiatura a orologeria; personaggi molto ben delineati (considerata la durata della pellicola, che non è certo un film-fiume). Ma soprattutto un film la cui struttura narrativa è paragonabile a una corsa sulle montagne russe, sia per quanto riguarda i numerosi momenti sentimentali – capaci di toccare l’animo e strappare un singulto anche a noi inveterati cuori di pietra – sia per l’attesa di un finale che, in fondo, tutti desidereremmo sia happy ma che viene costantemente, e sapientemente, rimandato di minuto in minuto, in modo da creare un meraviglioso senso di attesa, da stillicidio emozionale. Per “riprendermi”, tanto per dire, la mattina dopo averlo visto mi son sparato un disco dell’ex reverendo Manson nel chiuso dell’abitacolo automobilistico.

Ammirate gli aloni lasciati dalle tazze di the caldo appoggiate su un tavolo, i raggi del sole che tagliano le nuvole e realizzano magnifici giochi di ombre sul terreno, le scie luminescenti delle terrificanti comete che piovono dall’alto e, più in generale, ogni singolo dei 107 minuti di cui è composto “Kimi no na wa”. Non c’è un attimo che sia sprecato, superfluo. È un flusso di immagini e parole perfetto, malinconico ed emozionante, che ha purtroppo il suo termine con l’ultimo dei titoli di coda. Un’opera che lascia qualcosa dentro il cuore, un vero messaggio di speranza per ogni uomo e donna di questa terra, cosa rarissima nei prodotti di fiction contemporanei, accecati dalla sincopata foga di dire/parlare/urlare, quando la vera ricchezza nasce quasi sempre dalla sottrazione di dialoghi e di scene, da un minimalismo che è tipico, ça va sans dire, della cultura nipponica.

Ricordo come al termine della proiezione, nel corso delle classiche chiacchiere di commento che ci si scambia tra gli amici presenti, ho sollevato per l’ennesima volta (cosa davvero brutta il diventare vecchi…) l’atavico problema del cinema italiano dell’essere totalmente incapace di realizzare anche solo pallide imitazioni di opere di cotal fattura. E sì che mai come in questi ultimi anni il nostro cinema ha iniziato – con immane fatica, sia chiaro – un processo di lento allontanamento dalla generale monnezza che puntualmente (ri)propone a ogni Natale sospinto, una diversificazione dei propri prodotti di fiction cinetelevisiva, quasi una quest di fabbricazione di lavori afferenti a generi di nicchia, da sempre bollati come di serie B se non peggio. In tal senso, la luce in fondo al tunnel è rappresentata da un paradigma umano: Stefano Sollima, vero e proprio guru del rinato crime tricolore, genere che, mai come oggi, gode di uno strameritato seguito, al cinema e in tv, tanto da aver meritatamente contribuito a innalzare il regista romano alle vette hollywoodiane. È infatti prossimo il sequel di “Sicario” (per la cronaca, uno dei film più belli di inizio millennio, pardon, uno dei migliori tre di inizio millennio), da lui diretto.

Ora, non per voler per forza collegare “Kimi no na wa” all’ottimo Sollima ma un terreno comune tra i due fenomeni c’è ed è la piattaforma di streaming Netflix. Questa, infatti, ha non solo presentato al pubblico di casa nostra l’opera precedente – e, inutile dirlo, magnifica – del maestro Shinkai Makoto, intitolata “Kotonoha no niwa” (“Il giardino delle parole”) ma sta anche producendo il serial televisivo tratto dal romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo “Suburra”, la cui versione cinematografica è stata girata dal director delle pluripremiate serie di “Romanzo Criminale” e “Gomorra”.
Grande lungimiranza? Ottimo fiuto commerciale (dirlo, in tale contesto, non è una bestemmia)? Piena e consapevole comprensione di ciò che merita DAVVERO proporre e produrre, di ciò che è anzi necessario offrire a un pubblico sempre più analfabeta in ogni campo? Probabilmente tutte queste cose assieme e molto di più. Lunga vita a Netflix (e agli anime ovviamente)!


Wake Up, Dolores!
Part 1: The place to be


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Quanta cazzo di frustrazione avete dentro?
Quante ce ne è nelle esistenze che quotidianamente vivete?
Siate sinceri. Abbastanza. Per alcuni forse troppa.
Siate ora altrettanto sinceri. Cosa dareste per trovare il vostro habitat ideale, nel quale poter trascorrere la vostra vita in maniera appagante, come meglio desiderate. Badate, non parlo di pulsioni sommesse e schifezze varie ma di ricerca del proprio-Io nascosto, seppellito dalla grigia routine quotidiana, di una quest mirante alla liberazione del “fanciullino interiore” di pascoliana memoria, che alberga – alquanto imprigionato – in ognuno di noi, come ci hanno insegnato. Parlo di un posto dove poter tirar fuori i vostri istinti migliori (eventualmente, pronti alla pugna con coloro che, purtroppo, tireranno fuori gli istinti peggiori).
Bene, se ve lo potete permettere, benvenuti a Westworld! Duffogrup lo sa dal 2005, Alunno Proserpio lo avrà compreso dalle nostre vecchie, prime chiacchierate: per il sottoscritto il non plus ultra della serialità televisiva è rappresentato da una e una sola serie, Lost. Ora, quanto quell’opera di fiction ha costituito uno spartiacque nella mise en scene narrativa operata dal e nel piccolo schermo (fino ad allora praticamente solo lineare), climax del primo decennio del II millennio, così Westworld punta con sicurezza – di mezzi, di cast artistico, ovviamente di ideatori e sceneggiatori – a configurarsi come la milestone di questa seconda decina d’anni. Quale prodotto di entertainment della contemporaneità è infatti riuscito meglio a catturare lo zeitgeist di questi tempi difficili, di forti tensioni esterne ma, forse soprattutto, di potenti tensioni interne all’essere – non per forza, come ci viene mostrato nel serial – umano? Nessuno. Grandi domande esistenziali (ci) vengono offerte e poste in continuazione da numerose lavori finzionali, sempre più spesso provenienti da videogiochi di qualità altissima. Penso immediatamente a un altro dei miei cavalli di battaglia, Mass Effect, in particolare nel suo terzo e, per il momento, ultimo capitolo. Ma se vogliamo trattare di opere dalla diffusione davvero massiva, è chiaro che il pensiero deve andare all’universo cine-televisivo.

Alzi la mano la persona che, almeno una volta nella propria vita, non abbia desiderato di liberarsi da gioghi professionali, famigliari, di relazioni. Sognare, specie ad occhi aperti, può essere un’arma potente, per quanto spuntata. Nel mirino essa ha la vuotezza delle nostre esistenze, ormai schiacciate da meccanismi sociali e lavorativi grigi e iterativi, che inevitabilmente non fanno che schiantare ogni sogno di altro già sul nascere (se non per la élite che può permettersi di vivere dentro esso). Lo scontro avrebbe come ricompensa il poter guadagnare un piano esistenziale in cui avere campo libero per le proprie reali aspirazioni e, certamente, uno spazio nel quale poter vivere certe situazioni in maniera deresponsabilizzata, cosa peraltro del tutto diversa dalla vita di quei lattanti insopportabili a cui tutto è concesso. Infatti, anche nel suddetto ambiente ogni azione porterebbe a una conseguenza con la quale fare, prima o poi, i conti.

Chiudete gli occhi e immaginate questa scena: un cowboy, accompagnato dal suo fedele destriero e dalla propria altrettanto fedele arma da fuoco, immerso in una sterminata prateria e, di fronte a lui, un orizzonte senza fine, avvolgente. Immaginate. Respirate. Vivete! Non è Red Dead Redemption, è Westworld ma siamo nel medesimo universo dei rari capolavori generati da menti illuminate dell’entertainment globale. Siamo in un mondo che è stato reale a tutti gli effetti nel passato e che ora lo è nuovamente, una terra nella quale, se ve lo concederete (e ve lo concederete), il vostro Io/Ego uscirà fuori, prima sommessamente ma subito dopo in maniera inarrestabile, prepotente. È solo questione di volontà e di (poco) tempo.
Ho scritto queste righe subito dopo la visione di “Trompe L’Oeil”, 7° episodio della I stagione della serie. La speranza in quel mondo non è di casa o comunque se la passa molto male, esattamente come nel nostro. Nelle prossime puntate, le cose peggioreranno sicuramente, ancora e ancora, e non solo per i protagonisti della storia ma anche per la disillusione che provo verso il genere umano.
Sul podio:
– Evan Rachel Wood: Dolores. Della serie: basta la parola (in questo caso, vederla). Mai visto un personaggio così maltrattato per ore e ore e ore. Poi, sorride un attimo e il cielo torna limpido.

– Jonathan Nolan: la mente e il burattinaio, assieme a Lisa Joy.

– Ed Harris: il villain Man in Black. Ci torneremo su.

Menzione onorevole a:
– Ramin Djawadi, autore delle musiche. Il main theme, cupo ed estremamente suggestivo, anche grazie alle immagini della sigla, credo proprio resterà negli annali cinetelevisivi.

Citazione finale:
“Che tu possa vivere in tempi interessanti” (sorta di maledizione cinese). Quello (quelli?) di Westworld lo sono di certo…


Ipotesi per un remake grafico


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Se esiste una lettura a fumetti con la quale ho sempre faticato, e non poco, questa è indubbiamente “Sandman”. “Vergogna!”, è il coro che odo levarsi dagli spalti dei più o meno true believers. Aggiungo, a mia colpa, che non ne sono un profondo conoscitore, tantomeno un fan, e di non essere mai riuscito ad arrivare all’ultima pagina della saga. Ricordo ancora come interruppi la collezione al terzo spillatino della defunta Comic Art, la casa editrice che ne possedeva i diritti italiani nell’ormai lontano 1994.

Altro grido assordante: “Bestemmia!”. Vabbè, potrei difendermi appellandomi al fatto che la storia di Neil Gaiman è oggettivamente complessa, presenta diversi livelli di lettura e richiede un indubbio sforzo nella sua fruizione, ben al di sopra di quelli previsti dalla media della produzione fumettistica moderna, per non dire contemporanea. Tuttavia, no, non voglio nascondermi dietro queste ideali foglie di fico e sarò totalmente sincero.

Il principale fattore che non mi ha mai permesso di concludere la serie, pur possedendone da qualche tempo tutti i volumi, è uno e uno solo: la qualità dei suoi disegni. Un aspetto questo che, con mio sommo gaudio, è mutato completamente con il fresco sbarco sul personaggio del maestro J. H. Williams III e delle sue inconfondibili e magiche matite in occasione del lancio della miniserie prequel “Sandman: Ouverture”.

Quest’ultima storia, realizzata al word processor sempre dallo scrittore originario, è semplicemente una gioia – quasi lisergica in numerose tavole – per gli occhi. Quanto alla vicenda in sé narrata, le opinioni non sono tutte concordi ma, dal punto di vista dei disegni, non vi è alcuno che si sia permesso di discutere il risultato finale.

Ora, non intendo sostenere l’assioma, molto in voga in USA negli anni ‘90, “bei disegni = bell’albo”, tipico, tra l’altro delle fasi di avvicinamento al medium fumetto in età più o meno giovane (proseguendo nelle letture, e maturando con gli anni, ci si rende poi conto come, al 90%, la formula magica sia invece: “bella sceneggiatura = bell’albo”). Tuttavia, i disegnatori chiamati a realizzare la gran parte dei numeri della lunga serie originale – parliamo di ben 75 albi, spin-off esclusi – mi sono piuttosto indigesti. Il prodotto non fu certo concepito come opera mainstream, ricevendo i natali nell’alveo dell’allora neonata divisione Vertigo della DC Comics. Gaiman, nel 1989, non era ancora un autore affermato, di grido, alla “moda”, quale divenne a partire dal decennio seguente, in primis grazie a questa sua opera. La scelta dei creatori grafici della serie cadde sulla coppia Sam Keith (matite) e Mike Dringenberg (chine, poi anche matite), fino ad allora attivi su lavori decisamente minori e dotati di un tratto underground, sporco. Ecco, già solo a buttar già queste ultime parole mi prende un senso di leggero malessere. Non credo di essere un esteta della Nona Arte ma, questo sì, da quando presi in mano il mio primo comic book, ho amato un certo tipo di tratto, quello che si definirebbe classico, definito, non nervoso e “tirato via”, come spesso accade oggi, epoca in cui vediamo incensati troppi cani le cui matite non avrebbero mai e poi mai visto l’ombra di una pubblicazione poco più di un lustro fa. O tempora o mores…


Mi si dirà che “Sandman” è tutto tranne che una saga di genere supereroistico e, tantomeno, è un fumetto biografico/storico. Ne siamo tutti perfettamente consapevoli, io in primis. Tali generi, nel mercato anglosassone, vengono storicamente realizzati secondo stilemi grafici decisamente classici, che non lasciano pressoché mai spazio al tratto grottesco o bizzarro. Chiaramente, non è il caso della storia in oggetto. Trattando di vicende che hanno per protagonista un pantheon di esseri eterni, le cui (dis)avventure sono calate in contesti nei quali l’elemento onirico è basilare (il protagonista, ricordiamolo, è il Signore del Reame del Sogno), è chiaro come lo stile grafico mediante cui l’opera è stata ideata e poi messa nero su bianco esuli da quelli più tradizionali. La cosa, quindi, andrebbe semplicemente accettata ma purtroppo, né ora né in passato, questo mi è facile da digerire, specie dopo aver divorato con gli occhi le tavole impareggiabili del citato Williams III. Ciò che sinceramente mi chiedo è se non si potesse fare uno sforzo maggiore all’epoca.

Ho letto online di recente una sorta di ammissione (perdonatemi, non ricordo se proveniente da Gaiman o da qualcuno ai vertici della DC) di come i disegni dei primi numeri della serie non fossero effettivamente granché. Bingo! Il fatto è che, ogni qual volta riprendo in mano le storie di Morfeo, non faccio che chiedermi come queste apparirebbero se disegnate da autori di primo piano della Nona Arte di fine anni ’80. Non ha alcun senso fare hic et nunc un elenco dei migliori disegnatori dell’epoca. Il problema è che “Sandman” è nato con le matite dei suddetti creatori, onestissimi mestieranti (soprattutto Kieth, creatore anche di “The Maxx”) ma, onestamente, nulla di più.


Qui entrano in gioco pensieri, oltre che personalissimi, anche laterali, quali: è corretto che opere che rientrano a pieno titolo nel patrimonio artistico mondiale non possano godere di una maggiore diffusione, e conseguente apprezzamento (non per forza automatico, ok), in quanto “monche” e/o carenti sotto alcuni aspetti? Il passato non si può mutare, questo è ovvio, tantomeno un’opera artistica fatta e finita. Tuttavia, non sareste curiosi di poter ammirare la storia di cui scrivo, indubitabilmente larger than life, realizzata graficamente da artisti maggiormente – diciamocelo – abili? Sono certo che la saga guadagnerebbe enormemente da un ipotetico remake visivo.

Alla base di tutto credo vi sia il nostro “imprinting fumettistico”. Noi leggiamo ciò che ci cattura (già dalla copertina di un albo, in molti casi), ci emoziona, ci rassicura, ci intriga, ci spaventa. Tutto ciò e molto di più. Al tempo stesso, è difficile che noi si prenda in mano e si sfogli qualcosa che istintivamente tende ad allontanarci. Il tempo a nostra disposizione, specie allorché entriamo nel mondo lavorativo, è oggettivamente quello che è: ben poco. E leggere è un’attività che può risultare rilassante quanto impegnativa; un’azione, in ogni caso, che necessita del suo tempo, soprattutto se a un semplice testo è affiancato un disegno.

“Sandman” rappresenta senza dubbio la lettura personalmente più complicata da portare a termine. Sono certo che, prima o poi, taglierò il traguardo della sua ultima tavola e immagino che ne sarà valsa la pena (è proprio il caso di dirlo). I suoi disegni però… Che supplizio di Tantalo!


Degli eredi di Eva, di continuity vs retcon e delle pudenda bonelliane


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Ispirato dall’ennesima chiacchierata di stampo fumettistico, ricca di spunti e pensieri da “nerd storming”, avuta con il buon Duffo in quel di “Pordenone Comics/Naoniscon” 2016 e nelle settimane successive all’Evento, mi accingo a gettare nel medesimo calderone virtuale alcuni dei temi di discussione più vivaci reperibili in forum, blog, siti web, mostre mercato e passaparola più o meno live relativi ai mondi della Nona e della Decima Arte, il tutto mescolato con un po’ di sana polemica relativa ai fumetti di casa nostra. Insomma, un misciòt, come si dice dalle mie parti. Magari ne vien fuori qualcosa di interessante…

Primo rullo di tambur(ell)i: i successori di “Neon Genesis Evangelion”. Secondo: la morte della fantasia in casa Bonelli. Terzo: la temuta continuity contro la detestata continuità retroattiva. Gli ultimi due, in un certo senso, son argomenti che si sfiorano in determinati periodi storici, si tengono per mano in altri e si compenetrano in altri ancora. A parte l’immagine vagamente sessuale dell’ultima locuzione, cercherò di spiegarmi nel modo migliore.

Assumendo la posizione de “Il Pensatore” di Auguste Rodin, pongo a me stesso una prima domanda molto secca: “Ma perché?”. Un passo indietro. Siamo nel Paese del Sol Levante ed è il 4 ottobre del 1995. TV Tokyo manda in onda la prima puntata di “Shin seiki Evangerion”, letteralmente “Il vangelo del nuovo secolo”. Un vero accadimento di dimensioni bibliche. Da quel giorno, prima con i suoi 26 irripetibili episodi, poi attraverso i suoi apocalittici film, il mondo dell’animazione giapponese – e quindi mondiale – mutò per sempre. Bambini che vivono nella realtà ma completamente fuori dal mondo, bambini pazzi, bambini che muoiono e/o escono mutilati dalle battaglie (e impazziscono anch’essi), cloni di madri cacciati dentro robot giganteschi, robot pertanto “umani” che, fondamentalmente, sono pazzi pure loro (perché gli adulti sono dei folli, è ovvio, no?). Sangue, distruzione, tradimenti, morti, baci della morte, morte dell’innocenza. Ciak finale: una spiaggia, un mare di sangue, in senso letterale, e 2 (2?) sopravvissuti (sopravvissuti?). Fine. Titoli di coda. Respirate. Capolavoro immenso, non replicabile in alcuna maniera. Il suo geniale artefice, Hideaki Anno, figura incredibile della Decima Arte, passato attraverso depressioni fortissime e salvato dal Maestro Miyazaki, è ora al lavoro su un’altra epopea di distruzione cinematografica, questa volta live-action: “Gojira”. Torno alla domanda iniziale del paragrafo, esplodendola: “Ma perché, perché l’industria degli anime tenta ogni tot anni di clonare questo capolavoro?”. È lapalissiano che il risultato sarà sempre inferiore, sempre. Sono passati ben 21 anni. Probabilmente gli studios nipponici puntano a creare un Evangelion per ogni generazione, sperando di riprodurne almeno in parte il successo (economico in primis, ovvio). A onor del vero, le opere che si ispirano fortemente al magistrale lavoro di Anno non sono mai delle vere scopiazzature, tendendo principalmente a riprendere gli elementi narrativi e iconografici che credono essere alla base di quel successo. Ciò che i produttori non comprendono appieno è che non potranno mai essere i primi a scardinare e rivoluzionare le regole scritte e non scritte dei cartoni animati giapponesi. Al massimo, riusciranno ad essere i secondi o i terzi.

Mi alzo nervosamente dalla posizione del pensatore, con ancora negli occhi le immagini più forti di “Shin seiki Evangerion” e… mi scappa un sonoro sbadiglio al pensiero delle righe che ora vergherò. Si parlerà di beghe del nostro cortile.

“Conversazione immaginaria (e assai polemica) con un autore Bonelli”: questo il titolo di un post che da anni fa capolino nella mia mente e che prende spunto da un reale scambio di opinioni avuto qualche anno fa nel corso di una conferenza il cui ospite principe era Antonio Serra, ossia uno dei tre sodali della cosiddetta “banda dei sardi” della casa editrice. Come può capitare nella vita di tutti i giorni con parenti e conoscenti, anche nel campo delle nostre passioni artistiche le delusioni recateci da figure che consideriamo vicine seppur lontane dal punto di vista di una conoscenza in prima persona, diretta, con le quali si instaura nel tempo un rapporto di – direi – fiducia, possono colpirci fino a portare a cocenti delusioni. La collana di Nathan Never fu per me esattamente uno di questi casi. Una bella storia di fantascienza finalmente dai natali italiani, abbellita da disegni moderni e da sceneggiature ricche di terminologie tecniche, dotata di un immaginario tecnologico affascinante forse mai visto prima nella Nona Arte di casa nostra. Eppure, nell’arco di qualche anno (non pochissimi, fortunatamente), questa montagna ricca di picchi partorì qualcosa di simile a… una pantegana, diciamocelo. Dico giusto tre cose: personaggi e villain interessanti accantonati bruscamente e/o stravolti; una povertà di idee sempre maggiore che portò alla messa in scena di vicende molto, troppo simili agli elementi portanti di alcuni manga robotici (non vorrei utilizzare il termine “scopiazzatura” ma insomma…); una sorta di autocensura in tema di violenza e sesso pur dopo alcuni timidi tentativi di maggiore realismo su tali tematiche, fatto che tuttavia colpì l’intero parco testate bonelliane dopo la sbornia dei primi anni di storie di Dylan Dog. Il brutto elenco potrebbe proseguire ma non voglio andarci troppo pesante. La delusione comunque fu forte, inutile negarlo, tanto che smisi di collezionare la serie. Quando mi capitò il confronto con Serra, non gli esposi tutti i punti appena descritti ma “riassunsi” il concetto, sottolineando come da tempo non seguissi più la sua creatura fondamentalmente a causa di racconti non più emozionanti e originali. L’unico riscontro che ebbi fu un moto di stizza da parte dell’autore – cosa comprensibile, ci mancherebbe altro – il quale fu punto sul vivo. Ogni curatore di una testata in perdita di lettori da anni, se sincero, non potrebbe risultare molto sereno ma è notizia di queste ultime settimane l’avvio di un nuovo reboot con spruzzate di retcon di Nathan Never. Chi leggerà, vedrà. Io non ci credo più.

Mentre cerco di seguire con sguardo mentale i cerchi che il lancio di quest’ultimo sassolino sta provocando nel grigio mare di questo brain storming da insonne patentato, chiudo questo effluvio di parole alquanto pessimiste con un personalissimo “non-ne-posso-più”. Da divoratore incallito di fumetti in primis americani mi incontro/scontro da circa 30 anni con due termini, ma sarebbe più appropriato definirli concetti, che sembra proprio non passino mai di moda: continuity e l’appena citata retroactive continuity (per gli amici, retcon). La prima, astrazione ben poco astratta, idea quasi fondante dell’Universo Marvel Comics, vero e proprio meccanismo ad orologeria in cui praticamente nulla accadeva per caso ma tutto era concatenato, in cui nessun character era un’isola ma faceva davvero parte di un organismo narrativo vivo, pulsante (ah, il mio “Lost”…). Insomma, un cosmo narrativo nel quale tutte le testate che ne facevano parte erano legate dal famoso filo rosso di lamuniana memoria. In un articolo, un sostantivo, un aggettivo e un punto esclamativo: uno spettacolo appassionante! Fu questo l’asso nella manica che, ben più di quello dei supereroi con superproblemi, fece vincere a Stan Lee&soci, per lunghi decenni, la ricchissima sfida di poker con la rivale storica DC Comics, la quale, a onor del vero, è la publishing house passata alla storia per aver ideato l’evento fumettisticamente più celebre e imponente di sempre: “Crisis on Infinite Earths”, nota brevemente come “Crisis”, un romanzo d’amore dedicato a sua maestà La Continuity. Per diversi amici collezionisti, questa è semplicemente LA storia di supereroi di tutti i tempi, quella da consigliare senza se e senza ma a chiunque desideri avvicinarsi a questo genere di fumetti. Far amare gli eroi e i criminali dei comics statunitensi non è impresa facilissima al di fuori dei confini USA. Entrano infatti in gioco molti fattori che possono portare ad un amore sperticato verso di essi oppure ad un rigetto pressoché immediato.

La continuity, provo a darne una definizione su due piedi, è quel meccanismo narrativo, in parte nascosto ad un primo livello di lettura, che procura il piacere di vivere, anche se solo virtualmente, in un universo di fiction coeso, dotato di senso, in cui potersi sentire concittadini newyorkesi dei Fantastici Quattro o della Metropolis di Superman. Dà assuefazione, voglia di seguire tutte le storie correlate a determinati personaggi ed eventi in quanto questi non sono che tasselli di un unico, grande mosaico, di una sola, avvincente storia.
Sua sorella(stra) è la retroactive continuity. Riassumo quanto Wikipedia dice in proposito: espediente narrativo nel quale si modificano eventi e situazioni descritti in precedenza per adattarli a nuovi sviluppi narrativi o per correggere preesistenti violazioni della continuity”. Direte: che idea geniale! Che incredibile fucina di infinite possibilità narrative! Tutto vero MA, come in moltissimi casi, quando si abusa di un meccanismo di finzione, il castello di carte della credibilità sospesa del lettore se ne vola via al primo spiffero d’aria. Purtroppo, il procedimento narrativo in oggetto è oramai abusato. Ho sincerante perso il conto di quante retcon siano state ideate e realizzate dagli architetti di Marvel e DC negli ultimi anni. Online, autori di blog e siti non vanno molto per il sottile, definendo quasi sempre tali operazioni come “stupid” e “dumb” (bè, come altro giudicare la Saga del Clone dell’Uomo Ragno?). Quello che credo sia il vero problema di questi congegni di fiction è che quasi sempre, fortunatamente, lasciano il tempo che trovano, per venire presto o tardi rinnegati, proprio loro che – ironia della sorte – nascono per rinnegare alcune assodate situazioni di continuity. Per restare nel nostro orticello fumettaro, il detective musone di casa Bonelli, fresco protagonista, obtorto collo, di casi di continuity e del suo contrario, potrà dire di averne giovato? Ai dati di vendita l’ardua sentenza ma, lasciando da parte ragionamenti puramente economici, la qualità delle avventure non guadagna una tacca da tutti gli stravolgimenti narrativi compiuti, in fieri e in programma, che non sono altro che foglie di fico che tentano di coprire le pudenda di curatori che da anni hanno perso la rotta della creatività.


Collezionando: appunti sparsi


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Partiamo dall’inizio, anzi, da una presa di coscienza. Non so realizzare una intro bella e arguta quanto quelle dei venerabili Duffo e alunno Proserpio. Vorrei vergare con chissà quali parole un’apertura a effetto o una qualche elucubrazione profonda ma… semplicemente non ci riesco, è inutile che mi sforzi. A ognuno il suo, mi dico per consolarmi. Forse sono più uno “scrittore” (e le virgolette sono davvero grandi) da in medias res, chissà. Tanto vale che inizi il pezzo, per vedere come si incastrano tutte le considerazioni che mi frullano nella testa dopo la gita in quel di Lucca per “Collezionando – Mostra mercato del fumetto d’antiquariato e da collezione” (la II edizione a onor del vero, anche se non è stata pubblicizzata in tal maniera, e io&Duffo presenti a entrambe). Vado di word processor ed elenco puntato:

  • L’Evento in sé. Subito una domanda da un milione di yuan: la manifestazione è riuscita? È riuscita a metà? Non è riuscita? È stata un mezzo fiasco? La verità sta sempre nel mezzo, ci insegnano, e tale lezione di morale possiamo farla nostra anche per l’occasione in oggetto. Ovviamente, è sempre buona regola (e conviene) recarsi a queste manifestazioni non avendo aspettative troppo alte. Partiamo dicendo che la location individuata, ossia la Fiera di Lucca – vox populi, un ex oleificio industriale – ha “passato la selezione”, anche in virtù delle frequentissime corse svolte dai bus navetta (ecco, magari si potrebbe aprire una parentesi sulla vetustà dei mezzi posti su strada da parte dell’organizzazione ma sarebbe materia da lana caprina e saremmo pure ingiusti, considerata la gratuità del servizio), un apprezzato asset non pubblicizzato quanto meritasse. Gli espositori presenti erano abili e arruolati in buon numero – una settantina – né mancavano diverse case editrici del settore, anche di un certo rilievo. Tra di esse, citerei in primis le Edizioni BD/J-Pop, con cui mi son imbattuto live per la prima volta pur essendo da anni annorum un frequentatore seriale di mostre mercato e manifestazioni fumettistiche. Stand molto curato il loro, con un paio di enormi e scenografici poster a segnarne i confini, oltre a numerosissimi cofanetti di manga posizionati in bella mostra. Della serie: anche l’occhio vuole la sua parte. Bravi! Il secondo gradino del podio, personalmente, se lo aggiudicano le Edizioni 001/NOWCOMICS, i cui tavoli credo ringrazino ancora il sottoscritto e l’ottimo Duffo per averli alleggeriti di un discreto peso. Breve nota a margine con tanto di citazione figa: come scriveva l’inarrivabile HPL, “Non è morto ciò che può attendere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire.” Abbiamo discusso amabilmente con uno dei vertici della Casa in merito alle ere geologiche di ritardo che le loro belle pubblicazioni sommano, ottenendo risposte che, ci auguriamo sinceramente, si rivelino veritiere. In caso contrario, faremo la fine della Morte lovecraftiana. Un gradino più basso e compaiono i simpatici AMys, l’Associazione Culturale Nipoti di Martin Mystère, che offrivano numerose chicche non solo cartacee e con i quali si è disquisito a lungo di tutto l’universo del BVZM, personaggio tanto amato da Duffo, almeno in passato (Duffo che, in preda a un atto di puro collezionismo e/o di fortissima nostalgia canaglia si accaparrava di lì a poco una copia del numero 1 del Mystère. Noblesse oblige!). Il piacevole colloquio ci ha fatto guadagnare anche qualche punto conoscenza relativamente ai futuri piani creativi per il character bonelliano ma in questa sede non si spiffera né spoilera nulla (a meno che non decida di farlo il padrone del vapore del blog, ovviamente).
  • Gli acquisti. Non mi lamento assolutamente, anzi, e credo lo stesso possa affermare il mio socio. Personalmente, questo è il tasto che riveste maggiore rilevanza ogni qual volta decido di inoltrarmi nella giungla di eventi similari, e posso tranquillamente sostenere come non abbia mai trovato – e contestualmente messo le mani sopra – tante preziosità editoriali d’antan quanto in tale occasione. Penso alla serie completa della collana “Marvel” della defunta Labor Comics (casa editrice attiva tra il 1985 e il 1986 che, in un anno scarso, sfornò una manciata di albi oggi pressoché introvabili, tra cui i due soli numeri della suddetta serie). Anche l’aver completato due collezioni supereroistiche Corno e Cenisio aperte da diverso tempo è stata una gran bella soddisfazione.
  • Le conferenze. Di questa sezione dovrebbe scrivere Duffo, ben più presente di me sugli spalti, alquanto deserti, degli incontri in programma. Ho seguito in parte “Storie di Altrove, Martin Mystère e Zagor Te-Nay tra mito e realtà”, soprattutto per la presenza tra i relatori del sempre simpatico Alfredo Castelli. Nell’arco di 5 mesi scarsi, è la terza volta che ci incontriamo ma qui il fenomeno dello stalkeraggio non c’entra fortunatamente nulla… anche se bisognerebbe vedere cosa ne pensa lui! 😉 La conferenza subito precedente era dedicata al rapporto tra Fumetto e webcommunity e un paio di riflessioni qui sorgono spontanee. No Duffo, la prima non è relativa alla bella presenza femminile intervenuta in rappresentanza di un noto sito del panorama fumettistico web di casa nostra (anche se meriterebbe indubbiamente qualche riga, specie per i suoi “trascorsi”). Pensavo ad un argomento di cui abbiam discusso a lungo ossia, per sintetizzare brutalmente, l’assoluta mancanza di critici “critici” oggigiorno presente (o meglio, assente) nella Rete. È inutile girarci intorno. Sono assolutamente certo che chiunque navighi nei siti italiani che trattano di Nona Arte si sarà molto, ma molto difficilmente imbattuto in articoli che abbiano il coraggio di giudicare negativamente la monnezza che sempre più spesso e volentieri gli editori di casa nostra ci propinano in edicola e fumetteria. Non prendiamoci in giro. Citando il mai troppo compianto Gianfranco Funari, per certe parole non esistono sinonimi. Se un prodotto è scadente, è scadente; se è merda, è merda, punto e basta! C’è un solo termine per denunciare la gran parte delle critiche insopportabilmente false e buoniste di tanta spazzatura a fumetti: marchette. E di marchettari il web è pieno, ad ogni latitudine, sebbene probabilmente più pieno alle nostre latitudini, per ragioni legate forse al DNA biancoscudato italico, per cui non si può dire schifoso nemmeno quando mangi qualcosa di, bè, schifoso. Davanti alla lettura di certe “articoli”, anche nei giorni immediatamente precedenti alla partenza per Lucca, io e Duffo ci trasformiamo in Finocchiaro, personaggio di “Compagni di scuola” di Carlo Verdone, divenuto celebre per il suo “Famme capi’, ma che ce voi convince’ ch’a merda è bona?”. Perché il punto è questo. Gli autori delle recensioni della maggior parte dei website non riescono ad esprimere giudizi sinceri nemmeno davanti a lampanti obbrobri, storie per cui i rispettivi autori dovrebbero andare in pellegrinaggio a piedi e a nuoto in Amazzonia per chiedere scusa ai pochi alberi lì rimasti. È noto da anni come un paio di forum molto visitati siano iper-buonisti verso le opere di taluni, specifici autori pur di vedersi frequentati dagli stessi, così come è evidente quanto certi siti e blog siano sempre estremamente indulgenti nel commentare i prodotti di determinate case editrici, salvo criticare ferocemente i parti dei competitor a prescindere dalla qualità degli stessi. Per non citare la demenza assoluta di quei personaggi che vomitano da sempre contro il fumetto giapponese “perché è disegnato al computer” (sigh e strasigh!), celebrando a spada tratta i comics nostrani perché sono “artigianali” in confronto alle diavolerie moderne partorite ad Oriente, e beatificando sceneggiatori ricchi di vivida banalità e disegnatori stanchi autori di segni dalle anatomie improbabili se non letteralmente, ma del tutto involontariamente, ridicole. Ora, la questione non è scomodare dal mondo dei defunti critici quali Umberto Eco ed il suo menzionatissimo “Apocalittici e integrati”, rimpiangendo tali livelli di scrittura e analisi, ma basterebbe applicare al giudizio dei prodotti due semplici cose: onestà intellettuale e buon senso. Merce rara? Rarissima. In estinzione.


Potrei ancora dilungarmi su altri elementi di questa “Collezionando”, quali le mostre organizzate (buona quella sui trent’anni di Dylan Dog al Teatro del Giglio, giudizio similare per quella dedicata a Isabella e “colleghe” – con l’apprezzabile idea di lasciar scaricare il primo numero della serie – ma un po’ poverelle le altre), la walk of fame e gli autori presenti. Certamente mi piacerebbe approfondire il tema del collezionismo fumettistico, e non solo, le sue dinamiche e le sue derive. Ma mi son dilungato anche troppo e preferisco passare il testimone a Duffo per leggere le sue considerazioni. Frà, sii come Capitan Futuro: “Picchia duro anche per noi”!


Il ciondolo di Pollyanna: il brutto e il bello della vita


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In una scena del film Pollyanna del 1960 la piccola sobillatrice protagonista distrugge moralmente il reverendo Ford (Karl Malden) con una sola frase, lasciandolo piangente e in ginocchio, in preda ai rimorsi e alle convulsioni del suo animo lacerato. In realtà la piccola strega non è del tutto colpevole, la formula magica così portentosa era stata fatta incidere dal padre di Pollyanna sul ciondolo che la bambina portava al collo e, nonostante fosse stato anch’egli pastore, non si trattava di un passo delle sacre scritture. La frase era infatti una massima di Abraham Lincoln che recitava “Quando vai in cerca del male nel genere umano aspettandoti di trovarcelo, senza meno lo troverai”. Colpito dalla bellezza della citazione Roy Disney, in occasione dell’uscita del film, fece incidere la frase su migliaia di ciondoli che vennero posti in vendita a Disney World. Poco dopo lo sceneggiatore e regista del film, David Swift confessò che in realtà l’aforisma non era affatto di Lincoln ma se l’era inventato lui appositamente per il film. A quel punto il Disney meno furbo non potè che far ritirare tutte le medagliette. La citazione però resta bella e mi piace pensare che sia un ottimo punto di incontro tra la necessità di recensire anche con durezza gli orrori dell’offerta multimediale ma senza diventare troppo pessimisti. Quindi per citare un’altra frase che non ha detto Lincoln, “Spera nel meglio ma preparati al peggio”, diciamo: sparliamo del peggio ma parliamo anche del meglio.

Film

Il peggio
Mastro Stout: senza alcun dubbio seleziono il film veneziano con Jolie e Depp: “The Tourist”. In una frase: “La sagra dell’umorismo involontario!”. Vedere Frassica in versione carabiniere cadere in acqua come un ebete è puro trash da cinema chiappa&spada dei ‘70/’80 (ma all’Arma che avranno detto di ‘sta scena penosa?). Son sicuro che l’anima della meravigliosa città co-protagonista di questa pellicola inguardabile e vergognosa piange al ricordo di essere stata calpestata da tali “divi”. E piangono anche i portafogli di tutti gli sventurati che, come me, hanno avuto la sfortuna di andare a vederlo in sala.

duffogrup: Ebbene sì! Lo ammetto, sono uno dei pochi eletti. Uno dei pochi che possono (s)fregiarsi di aver visto al cinema Il silenzio dei prosciutti di Ezio Greggio. Solo la più cupa disperazione di solitario studente fuori sede, mista alla più estrema disattenzione davanti alla biglietteria, poteva portare qualcuno a perdere quasi due ore della propria vita in una sala cinematografica per assistere a quella rappresentazione del vomito su pellicola ed a pagare per farlo. Ezio Greggio, non è mai stato un regista. Non è mai stato nemmeno un comico, in quanto è incapace di generare la benché minima risata. Dai tempi de La Sberla prima e di Drive In poi, l’unica cosa dignitosa che ha fatto è stata la spalla ad un Gianfranco D’angelo da minimo sindacale. C’è qualcosa di incredibile e misterioso che si nasconde dietro a Il silenzio dei prosciutti e in generale a quel periodo della carriera di Ezio Greggio che lo portò a raggranellare abbastanza soldi per andare in America a girare film con Mel Brooks. Di certo un film sulla vita di Ezio Greggio e sui suoi film sarebbe un film drammatico, probabilmente cattivo e disperato. Di sicuro non farebbe ridere.

Il meglio
Mastro Stout: In questo caso, a consigliarmi, è il mio bisogno di catarsi cinematografica. Pongo da sempre grandi speranze (consolatorie) nel buon vecchio cinema western, in quelle buone vecchie pellicole nelle quali ogni torto veniva corretto dai sibili (e soprattutto dagli effetti) dei proiettili, spesso esplosi da character dall’indubbio fascino maudit, che spesso si ponevano a cavallo – gioco di parole non studiato – tra le categorie dogmatiche del bianco e del nero, del Bene e del Male, sorta di compartimenti stagni che, proprio per l’azione dei capolavori di questo genere, hanno iniziato prima a vacillare, quindi a sfaldarsi, perdendo le loro stolide certezze. Ogni qual volta guardo una valida pellicola western, cosa purtroppo rarissima negli ultimi decenni, la fiammella della speranza in un mondo non dico migliore ma certamente più giusto si riaccende inesorabilmente. Se devo citare un titolo, e non volendo essere troppo banale indicando l’inarrivabile Trilogia del Dollaro leoniana, dico con malcelata sicurezza “3:10 to Yuma” (da noi, “Quel treno per Yuma”) di James Mangold con due eccezionali Russell Crowe e Christian Bale. Già veder duellare il Gladiatore e Batman vale l’ideale biglietto.

duffogrup: Un titolo sugli altri non riesco a sceglierlo. Preferisco nominare Cristopher Nolan, il regista che più di ogni altro ha colto la mia attenzione negli ultimi anni senza mai deludere le attese. Nolan è sicuramente il più classico dei registi contemporanei se per classicità si intende l’abilità di usare le inquadrature ed il montaggio per ingabbiare lo spettatore nella trama che è e rimane la parte più importante del film. Anche a costo di ingannarlo come in The Prestige oppure di costringerlo a complicate ricostruzioni, Memento, Nolan porta il pubblico a provare emozione per i personaggi e le loro storie. Nei tre Batman, in Inception e anche in Interstellar (anche se questo titolo soffre un po’ il confronto con gli altri per una sceneggiatura troppo tirata per i capelli in alcune parti) sono i personaggi, soprattutto quelli secondari e minori che lasciano il segno più che gli effetti speciali.

Serie tv

Il peggio
Mastro Stout: un po’ mi spiace dirlo ma davvero “The Big Bang Theory” non mi ha mai preso, anzi. E mi ci ero messo di buzzo buono! Nulla da fare. Tutti questi sbandierati riferimenti alla cultura nerd/geek, amatissima da Duffo, Alunno Proserpio e il sottoscritto, mi sembrano davvero limitati, per fare un paio di esempi, al fatto che i character vestano la maglietta col logo di un noto supereroe oppure posizionino in casa, rigorosamente sullo sfondo, qualche action figure. Senza menzionare il fatto che, suvvia, ma in quale mondo personaggi simili riuscirebbero a mettersi (anche solo a uscire una sera) con delle gnocche come Kaley Cuoco?! Capisco la finzione cine-televisiva ma qui si esagera! La sitcom mi sembra proprio una fiaba a uso e consumo di certo pubblico americano.

duffogrup: Qualsiasi fiction di RAI e Mediaset. A partire dagli anni ‘80, con la nascita della tv commerciale italiana, e progredendo terribilmente nei ‘90 e nel XXI secolo, la competizione al ribasso tra RAI e Mediaset ha condizionato in negativo la capacità di sfornare prodotti degni di essere trasmessi. Proprio quando all’estero il formato serie costruiva attorno a sé quel fascino nei confronti degli addetti ai lavori e quel consenso di critica che stanno dando tanti frutti oggi, in Italia ci si circondava di marescialli, medici in famiglia, improbabili squadre di polizia, cesaroni e don mattei. Il disastro di queste serie è sia di natura tecnica che artistica. Ma non do la colpa del tutto alla produzione, in tutto questo tempo il pubblico del duopolio è stato il peggior nemico di se stesso, premiando con gli ascolti di volta in volta la risata più becera, la lacrima più facile o l’intuito più insulso. La stessa lodevole eccezione costituita dalla messa in onda de Il commissario Montalbano nel 1999 si è incartata su se stessa con la riproposizione episodio dopo episodio gli stessi stereotipi e macchiette (parlo di personaggi ma anche di “paesaggi”), lasciando a Sky il ruolo di ancora di salvezza della fiction di qualità italiana.

Il meglio
Mastro Stout: Più che un singolo titolo, opterei per una neo-corrente cine-televisiva: le produzioni made-in-Netflix e, più specificatamente, quelle legate all’Universo Marvel. Dopo un paio d’anni di produzioni, il bilancio, penso si sia tutti d’accordo, è assolutamente positivo. Lasciamo perdere il discorso delle categorizzazioni tanto care ai mondi del piccolo e grande schermo (sono telefilm? Mini-film? Rimpiazzeranno i film di supereroi al cinema?) e parafrasiamo semmai le domande che giungevano alla redazione della benemerita Editoriale Corno ai tempi della prima ondata di supereroi Marvel in Italia. È migliore “Jessica Jones” o “Daredevil”? Giochiamo pure così, lo stan facendo un po’ tutti i Marvel Zombies e non che seguono queste serie ma ha davvero importanza? Ovviamente no, nessuna. Almeno fino a quando la qualità media di queste opere resterà di un tale livello. Cresciuto leggendo centinaia di albi della Publisher House newyorchese, ho potuto finalmente smettere di sognare di adattamenti professionali di questi eroi. Il sogno si è infine realizzato.

duffogrup: Ho appena scritto che Sky è l’unico produttore italiano di serie di qualità. In effetti Romanzo Criminale, Gomorra e 1992 (da un’idea di Stefano accorsi) hanno ricevuto tutte entusiastiche recensioni e ottimi dati di ascolto. Ma quella che secondo me è la vera perla estratta dal cilindro italiano di Murdoch è una serie comica: Boris. La serie del pesce col nome da tennista è riuscita dove nessuno ce l’aveva fatta dai tempi di Fantozzi, far ridere in maniera cinica e senza compromessi mettendo alla berlina non tanto il politico di turno, quanto l’italiano medio (nel caso di Boris l’intera troupe de Gli Occhi del Cuore). Prendere per il culo i più deboli non è bello, ma guardando Boris cominci a pensare che in fondo furbi, impostori e paraculati non si trovano solo nelle stanze dei bottoni. Oltre a questo Boris ha il merito di aver creato uno dei più grandi personaggi del panorama comico italiano dell’ultimo decennio: il regista Renè Ferretti di Fiano Romano.

Fumetti

Il peggio
Mastro Stout: Opto per “Nathan Never”, quella che poteva diventare LA serie italiana di fantascienza a fumetti e che invece, man mano che gli episodi si accumulavano negli anni, s’è tristemente rivelata un insieme sparso di citazioni-scopiazzature di diversi anime giapponesi, quali, su tutti, “Kidoo Senshi Gandamu” e “Shin seiki Evangerion”. Peccato, davvero. La serie ha comunque l’indubbio merito di aver fatto conoscere al grande pubblico e aver contribuito a lanciare nell’empireo dei disegnatori artisti italiani del calibro di Claudio Castellini e Roberto De Angelis.

duffogrup: Scelgo Orfani della Bonelli. Non ho nulla contro Roberto Recchioni e nemmeno contro la volontà di portare dei cambiamenti in Bonelli coincisa con la sua venuta nella casa di Tex. Anzi, come abbiamo già scritto Mastro Stout ed io, la crisi del fumetto popolare italiano è dovuta essenzialmente alla crisi di creatività iniziata con la dipartita da Dylan Dog di Tiziano Sclavi ed esplosa drammaticamente dopo la morte di Sergio Bonelli. Detto questo io sono dell’idea che non si risponde in questo modo a questi problemi. Non con un fumetto che sembra vecchio già alla partenza, pieno di stereotipi e dalla trama scontata. C’è il colore certo, che (incredibilmente) per una serie Bonelli nel 2016 è una grande novità, ma c’è un’idea estetica un filo originale? Ci sono frasi ad effetto certo, ma c’è un’epica che si discosti un minimo dallo scopiazzare film e serie tv americane? No. Per rinnovare il fumetto americano negli anni ‘90 hanno preso i vecchi supereroi e li hanno letteralmente distrutti. Forse era il caso di provarci anche da noi.
PS: menzione d’onore per Unità Speciale, perché il fumetto dei Carabinieri non deve essere dimenticato. Se non ci fosse un chiaro sforzo propagandistico dell’Arma dietro questa pubblicazione sarebbe realmente incomprensibile il motivo che ha permesso ad una tale schifezza di arrivare fino alle edicole. Storie ridicole e disegni urendi e neanche un’oca come la Arcuri a mostrare ogni tanto l’armamento di ordinanza. Da tramandare ai posteri perché inorridiscano pure loro.

Il meglio
Mastro Stout: Taniguchi-sama realizza da sempre dei manga che gli ammeregani definirebbero “larger than life”. Opere poetiche, intrise di una malinconia onnipresente ma godibilissime da qualunque lettore, in ogni fase della propria vita. Penso che quasi mai una lettura mi abbia regalato tanta serenità quanto due suoi titoli, “L’uomo che cammina” e “Gourmet”, storie che ruotano attorno a episodi in puro stile slice of life di protagonisti assolutamente normali, aggettivo che in questo caso non ha alcuna accezione negativa. Potrei benissimo essere io l’uomo che passeggia per le strade giapponesi in compagnia del suo cane così come Duffo e Proserpio potrebbero certamente identificarsi con l’individuo che assaggia diversi piatti della tradizione culinaria nipponica, in una sequenza di situazioni estremamente quotidiane ma che mai appaiono grigie o monotone, raccontate con rara eleganza di tratto e di toni. Se non possono donare un po’ di speranza e gioia nella vita questi due manga, non so davvero quali fumetti lo possano fare.

duffogrup: Questa scelta è forse la più difficile. Non vorrei dover andare troppo indietro per trovare un fumetto che si adatti all’idea di migliore o tra il meglio della categoria. Però questo è un periodo strano, mai come adesso infatti, soprattutto nel settore della graphic novel, c’è stata una tale quantità e varietà di opere. Tra quelle che ho preso e quelle che mi sono state regalate tutte sono molto belle e piacevoli da leggere. Di certo si respira un aria molto più fresca tra i romanzi a fumetti piuttosto che tra gli scaffali dei fumetti popolari in edicola. Eppure quello che è venuto un po’ a mancare in questi anni è l’opera ammazza tutti. Un Maus del 2010 per intenderci. Oppure un autore che concentrasse su di sé le figure del grande disegnatore, grande sceneggiatore e grande mescolatore di entrambi come era per esempio Will Eisner. A questo punto ho deciso di scegliere come fumetto Dropsie Avenue proprio di Will Eisner, una delle prime graphic novel che lessi. Dropsie Avenue ha la consueta forza narrativa di Eisner e, dopo vent’anni dalla sua pubblicazione, è ancora attualissimo e dovrebbe essere imparato a memoria, tavola per tavola, da chi vuole mettersi a fare graphic novel di mestiere.

Libri

Il peggio
Mastro Stout: qui son proprio in difficoltà e immagino non valga menzionare testi universitari 😉 Mi tuffo e dico “La luce di Orione” di Valerio Evangelisti. Non comprai io questo romanzo ma mi venne regalato. Prima di esso, non avevo letto nulla dell’autore, e questo rappresentò il problema principale della mia difficoltà a comprendere e apprezzare appieno un universo narrativo (peraltro non lineare) che contava già sulla bellezza di 10 capitoli. L’opera in oggetto rappresentava infatti il penultimo tassello del ciclo letterario dedicato al personaggio dell’inquisitore Eymerich. Dovendomi quindi immergere in medias res e ignorando del tutto il già narrato, l’impatto fu tutt’altro che semplice e mi gustai ben poco la vicenda, comunque ben scritta e contenente dei cliffhanger discreti.

duffogrup: La parola mattone usata nei confronti di un libro riesce nell’impresa di racchiudere in un solo termine tre caratteristiche distinte: la forma, lo spessore e la pesantezza della lettura. A Drood di Dan Simmons mattone si adatta benissimo. Da fan di Charles Dickens le storie lunghe non mi spaventano. I romanzi di Dickens però, a differenza di quelli moderni, erano costruiti sulla base di capitoli pubblicati perlopiù su riviste settimanali. La necessità di tenere alta l’attesa era fondamentale per cui Dickens faceva spessissimo ricorso al cliffhanger tra un capitolo e l’altro, secondo il precetto dell’amico Wilkie Collins “Falli piangere, falli ridere ma soprattutto falli aspettare”. Drood è un romanzo che ricostruisce in maniera perfetta la Londra vittoriana e nelle prime pagine questa atmosfera ti avvolge in maniera convincente. Però arrivato a metà del libro, nonostante tutto il mistero della vicenda, ti accorgi che in realtà Drood è estremamente noioso e prolisso. In una parola un mattone di 830 pagine. Arrivato a tre quarti ti chiedi finalmente perché continuare a leggere Drood quando puoi usare meglio il tempo per leggere uno qualsiasi dei libri di Charles Dickens.

Il meglio
Mastro Stout: So di rischiare d’esser banale e, cosa personalmente ancor più temuta, gli strali dei colleghi di blog ma dico “Siddharta” di Hermann Hesse. Ho letto questo piccolo grande libro tantissimi anni fa e chissà se oggi come oggi sarebbe in grado di darmi la stessa carica di tranquillità di allora, di ricaricare le mie stanche batterie. Immagino, e temo, di no, in quanto sono molto più vecchio di allora e, soprattutto, molto più acido e disilluso verso la vita. All’epoca però… che lettura!

duffogrup: Devo dire che negli ultimi anni di non molti libri ho caldeggiato la lettura a destra e a manca quanto Ready Player One di Ernest Kline (suggeritomi dal sempre prezioso alunno Proserpio). Per quanto il libro venga costantemente indicato come destinato principalmente a nerd quarantenni, gli unici a quanto pare che possano recepire i continui rimandi alla cultura pop degli anni ‘80, io sostengo l’esatto contrario. Poche volte infatti mi sono trovato davanti ad un universo narrativo così vario e coerente adatto ad un pubblico trasversale. Kline va oltre il raccontare la lotta di un teenager contro la realtà distopica che lo circonda, come succede invece nei vari Hunger Games e Divergent, bensì crea due universi ben distinti separati da un visore di realtà virtuale. La metafora dell’immaginazione è evidente. Kline esalta l’immaginario dei ragazzi di allora trasferendolo a quello di oggi e, nonostante il mondo reale resti il luogo imprescindibile dei contatti e dei sentimenti, il virtuale non è mostrato come un luogo oscuro, misterioso e pericoloso, bensì come un posto fantastico dove tutti possono cercare e trovare la fantasia che più li aggrada e li rappresenta.

Videogiochi

Il peggio
Mastro Stout: Piccola premessa: non son mai stato un grande videogiocatore, specie in gioventù. Ammetto però che l’avvento della PS3 mi scaraventò con una certa virulenza nel vortice dei videogames, finendo per comprare anche un paio di giochi in edizione limitate e deluxe. Il mio cruccio più grande è molto probabilmente legato a “Star Wars: The Force Unleashed”, che qui citerò più che altro per ripicca. La storia? Impersonare il discepolo (ribelle) di Lord Vader, e ho detto tutto. Il gameplay? Non all’avanguardia ma assolutamente onesto e divertente, di livello medio/alto. Il marchio Star Wars, poi, era ed è una discreta garanzia. Ebbene, qual è dunque il problema? Presto detto. Un paio di livelli str#*§issimi che mi fecero rallentare così tanto al punto da abbandonare definitivamente il gioco quando il traguardo era molto vicino. Ricordo ancora le ore spese online a cercare, tramite i tutorial di altri fan, il modo migliore (ovvero l’unico) per abbattere un fottutissimo Star Destroyer. L’unica cosa che mi rallegrava in quei momenti bui erano i commenti di giocatori di tutto il globo che, tra un insulto e l’altro, asserivano sostanzialmente la stessa cosa: ma perché cavolo creare livelli tanto difficili in un gioco altrimenti fluido e che tutto voleva essere tranne che un parente di “Demon’s Souls”?

duffogrup: Spore. Una delle più grandi delusioni videoludiche della mia vita. Will Wright è l’autore di un gioco plurigenerazionale come Sim City e di The Sims, il primo simulatore di vita giocabile e divertente. Naturalmente il termine simulazione è sempre frainteso quando si parla di giochi come questi. Se prendiamo come punto di riferimento un simulatore di volo, il termine simulazione sta a Sim City e The Sims come Katy Perry sta alla musica: c’è un’idea grossolana di fondo ma una magnifica confezione che la circonda ed è con quella che ti piacerebbe giocare. Una simulazione molto approssimata ma divertente con cui interagire insomma. Quando si seppe che proprio Will Wright nel 2008 avrebbe sfornato un simulatore di evoluzione l’attesa era veramente alta soprattutto perché, a quel che si diceva, il gioco avrebbe dato la possibilità di sostituirsi alla natura plasmando forme di vita originali, le quali avrebbe impattato nell’universo in maniera del tutto diversa le une dalle altre. Ma così non fu. Il gioco, che graficamente era uno spettacolo per gli occhi, procedeva praticamente nello stesso modo ad ogni partita, che si creasse un gigante bipede dal collo oblungo piuttosto che una specie di granchio dalla mascella ultradentata e sei mani con pollici opponibili. L’evoluzione mancava totalmente delle sue componenti fondamentali, la selezione naturale delle caratteristiche e l’adattamento degli organismi all’ambiente. Nessuna conseguenza delle scelte effettuate durante il gioco, solamente un grandioso editor di creature, palazzi e mezzi per appassionati della personalizzazione feroce.

Il meglio
Mastro Stout: Se vogliamo parlare di emozioni, di batticuori, di sogni a occhi aperti (e pure chiusi), la mia testa, il mio corpo, le mie mani, tutto me stesso insomma, vanno in brodo di giuggiole per l’unico e solo “Mass Effect” (ok, è una trilogia ma qualunque capitolo scegliate, cadrete magnificamente). Al solo ricordo di quelle opere mi scende una lacrima, anzi, facciamo più di una. “Mass Effect” è davvero tutto quello che ho sempre desiderato in ambito videoludico: un mix unico e riuscitissimo di componenti RPG e action, con elementi romance e una buona percentuale di free roaming. Un gioco non vivace ma vivo, i cui protagonisti – alla fine ci si affeziona all’intera ciurma spaziale che Shepard deve guidare, non solamente a lui/lei – io lo so, diverranno reali, carne e sangue in un lontano futuro. Certo, avranno altri nomi e magari armi differenti ma saranno questi novelli Capitan Futuro a girare per il cosmo e a lottare in esso e per esso. Purtroppo non vivrò quell’epoca ma posso accontentarmi al pensiero che, entro fine 2016, giungerà il quarto capitolo della saga. Quel giorno nel mondo si tornerà a sognare di più.

duffogrup: Chiudo parlando di speranza. Perché il gioco di cui voglio parlare non è ancora uscito ma sarà in vendita da giugno. Trattasi di No Men’s Sky, un gioco di esplorazione spaziale, commercio e catalogazione naturale. A detta degli sviluppatori No Men’s Sky promette di essere un gioco molto diverso da quello a cui siamo abituati. Un gioco in cui non ci saranno trame complicate, incursioni in modalità stealth o sparatorie continue, ma principalmente ci sarà da esplorare un’infinità di mondi. E infinito in questo caso non’è una parola buttata lì per caso, perché si parla letteralmente di miliardi di miliardi di pianeti creati tramite funzioni matematiche che si mescoleranno in maniera casuale. D’altronde se perfino quel truzzo di Kirk poteva permettersi di partire per strani, nuovi mondi, perché non possiamo farlo anche noi?


La percezione della memoria (fallace)


di

Vi è mai capitato di avere un ricordo talmente bello di una determinata opera audiovisiva o letteraria da avere quasi paura di riprenderla in mano, di temere il fatto che, rivivendola a distanza di tempo, ciò porterà a giudicarla diversamente che in passato (e, solitamente, in maniera peggiorativa)? Posso ovviamente parlare solo per me stesso ma credo di aver appena descritto una situazione piuttosto comune al genere umano.
Lo spunto per questa considerazione si lega, in particolare, al rapporto di profondo amore e considerazione che ho nei confronti della Nona Arte. Confesso di provare un discreto timore allorché mi accingo a rileggere una graphic novel, una miniserie, un semplice albo la cui fruizione mi ha suscitato, al tempo della prima lettura, emozioni particolarmente positive. La qual cosa, tanto per fare un esempio concreto, mi tiene – colpevolmente – lontano dal godermi nuovamente un’opera seminale quale “Watchmen” (che, ricordiamolo, è una miniserie, non una graphic novel, come spesso e impropriamente, viene purtroppo definita).

Restando in tema di serie supereroistiche, voglio citare un’attività appena portata a conclusione ossia la fresca rilettura di una specifica saga a suo tempo decisamente apprezzata: la run dello sceneggiatore Mark Waid sulla “JLA” di inizio millennio.
Waid raccolse il testimone, a dir poco scottante, di scrittore della testata dalle mani di quel geniaccio scozzese di Grant Morrison (so molto amato anche da Alunno Proserpio per i suoi “The Invisibles”), il quale, a fine anni ’90, aveva rivoltato come un calzino lo storico brand della publisher house DC Comics portandolo a vette artistiche talmente somme da essere poi solamente sfiorate, in rare occasioni. La Justice League of America, primo supergruppo della storia dei comics – nacque ad inizio 1960 – sotto la mirabile gestione morrisoniana si consolidò da subito come IL team supereroistico per eccellenza, riunendo in sé non tanto degli oltre-uomini e delle oltre-donne quanto delle vere e proprie icone, di più, degli archetipi in carne e ossa, se così si può dire di character di fiction.
Torniamo però a Waid. Divorai la sua “raccolta del testimone” man mano che veniva pubblicata dall’editore italiano Play Press, allora detentore dei diritti della serie. Il curriculum dello scrittore statunitense era una vera sicurezza, basti citare la sua opera probabilmente più famosa e toccante, la miniserie “Kindom Come”, uno di quei capolavori del medium fumetto che ogni appassionato di quest’arte dovrebbe leggere. Quanto ai disegni, va detto come, fortunatamente, si era temporalmente usciti dalla vacua moda dei disegnatori superstar dei nineties, le cui storie erano di una povertà spessa assoluta. “JLA” poteva in particolare contare sull’arte semplicemente spettacolare (pressoché perfetta, vogliamo dirlo?) del maestro Bryan Hitch nonché di un notevole sperimentatore della matita quale J. H. Williams III, autore purtroppo di un solo episodio ma futuro resident artist del prequel di “Sandman”, da pochissimo conclusosi anche nel nostro Paese.
Non solo. La run godeva di trame letteralmente fiabesche (vedi il mini ciclo in cui il gruppo si scontrava con… la Regina delle Fiabe!), immaginifiche ma sempre solide, dotate di una cupezza strisciante. Insomma, stiamo parlando di un periodo editoriale della testata decisamente fortunato, che per anni mi ha lasciato la sensazione di aver vissuto in prima persona una fase qualitativamente altissima della vita di quei personaggi, nati tra gli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso, particolare da non dimenticare. Infatti, pur con diversi decenni di storie sul groppone, i vari Superman, Batman, Wonder Woman, Lanterna Verde, Flash, Aquaman, Plastic Man e Martian Manhunter (tanto per citare i membri fissi della Lega di allora) erano protagonisti di storie particolarmente riuscite.

Eppure…
Eppure succede che il mio occhio di lettore odierno, a distanza di circa 15 anni dalla prima lettura delle storie in oggetto, sia divenuto maggiormente critico, probabilmente maturato. In parte, è come se il velo della memoria, felice per le ore spese su quei brossurati, sia scivolato via, spinto dal vento inesorabile del tempo che passa e che quasi mai è galantuomo. Sarebbe ora noioso elencare i singoli punti per cui quelle avventure mi sembrano oggi di un tenore artistico inferiore (ho spulciato anche il web in merito, quasi a trovare “certezze”). Preferisco sentire da voi, amici del blog, se abbiate vissuto sensazioni del genere e in quali occasioni. Io ho portato solo un esempio, peraltro estremamente recente, ma ve ne sarebbero diversi, anche, e soprattutto, in campo cinematografico. Magari ne parleremo più avanti.
Nel frattempo, continuo a lasciare chiuse le pagine di “Watchmen”…


Star Wars: Il (non) risveglio della Forza


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Piccola ma sentita premessa: complimenti vivissimi al pezzo di alunno Proserpio sul medesimo film che mi accingo a commentare. Sul medesimo oggetto, non sono in grado di realizzare righe così approfondite quali quelle digitate dal bravissimo aP ma cercherò di esporre brevemente un mio giudizio – molto di pancia – sul film.
Parto da un link. Parere personalissimo ma il sommo Ortolani ha davvero recensito come meglio non si potrebbe quello che è, a tutti gli effetti (come recentemente ammesso dallo stesso J.J. Abrams), un remake.

Un remake, aggiungo io, pedante, per nulla fantasioso e sicuramente molto eterodiretto da chi ha conquistato il brand. Fino a qui, tutto sommato, non vi sarebbe alcunché di male. Il mondo della settima arte è colmo di prequel/sequel/reboot/spin-off/remake non riusciti (eufemismo). Abrams, la cui vena creativa è nata&morta con le sei stagioni dell’inarrivabile “Lost”, pungolato, forse nemmeno troppo, da mamma Disney, ha concepito una pellicola rivolta essenzialmente ai fan…dell’ultima ora. Elemento questo che, ben prima dell’uscita, aveva attirato gli strali del padre originale della saga (che, almeno su questo punto, non mi pare abbia mai ritrattato, a differenza della battuta sugli schiavisti bianchi).
Il titolo del film è certo attraente, esattamente come lo erano i vari teaser e trailer le cui uscite venivano accuratamente centellinate nei mesi e nelle settimane precedenti l’ormai celeberrimo 16 dicembre 2015. Ma, a conti fatti, cosa dovrebbe essersi risvegliato nelle circa due ore della pellicola? Non certo la Forza, dai, siamo seri! Al limite la vena critica dei fan dei tempi non sospetti. Probabilmente si sono (ri)svegliati i vertici della Disney, a cui non sarà sembrato vero poter finalmente guadagnare fantastiliardi anche dalla gallinona dalle uova dorate che è, e sempre sarà, il magico brand di Star Wars, conquistando con millemila copie l’agone delle sale cinematografiche di tutto il globo. Ma invadendo tutto il pianeta con cosa in fondo? Con una pellicola live-action che più Disney di così si muore! Dotata di personaggi dai costumi indubbiamente cool (esclusa Nonna Papera-Leia con il suo look da casalinga pantofolaia), character pronti a esser venduti attraverso ogni genere di merchandising, così come i mezzi, le armi e le basi; di attori giovani(listi) e, in taluni casi, alquanto bambineschi, e di bestie aliene al posto dei classici cani e gatti di casa nostra; di morti e ammazzamenti mai posti in primo piano quando presenti (ma ben poco presenti, ovviamente! È un film per famiglie, suvvia, che pretendete? Che il minaccioso Capitan Phasma si comporti come un militare in tempo di guerra?!), ecc. ecc.
È indubbiamente questo macro-aspetto, che temevo dal momento dell’acquisizione della Lucasfilm da parte della casa dei topi&paperi, che mi ha enormemente deluso. Quella che era una saga di fantascienza magica, con innegabili aspetti adulti e connotati western, basata certo su guerre, appunto, stellari ma anche, se non soprattutto, sull’evoluzione di vicende e rapporti famigliari “disfunzionali”, è stata fatta rientrare nel ben più sicuro alveo del bianco vs. nero, del buono vs. cattivo, del manicheismo più sciocco, banale e stucchevole, da dare in pasto al pubblico più facile da catturare e intrinsecamente ignorante mai esistito. Poveri believer della saga, già feriti quasi a morte dall’inutile trilogia di fine ‘90/inizio ’00, dominata dal verbo degli effetti speciali, croce&delizia e vera grande ossessione di papà Lucas.
Ci rifaremo con i prossimi due capitoli? Ne dubito fortemente. Forse con lo spin-off “Rogue One: A Star Wars Story”? Macché. Con i nuovi episodi delle serie cartoonesca dal freddo 3D? Giammai! No, forse con questo.

Anche se vedere C3P0 e, soprattutto, Yoda impegnati in danze più o meno osé può far raggelare il sangue e sembrare un poco blasfemo, coraggio! È pur sempre un prodotto dedicato a Star Wars e, a vederne i vari filmati, realizzato con una discreta cura estetica.
A questo punto avrei voluto inserire alcune righe di tema più generale su Hollywood e le sue produzioni, ispirato dal pezzo di alunno Proserpio, ma mi dilungherei troppo. Lancio solo un sasso nello stagno delle nostre sempre interessanti discussioni: di questa Hollywood che, da almeno 25 anni, non produce praticamente più opere seriali originali, cosa vogliamo dire? Di veramente valido e innovativo cosa è stato prodotto, a livello seriale, negli ultimi anni a L.A. e dintorni? Sui due piedi mi viene in mente solo “Prometheus”, guarda caso un’opera cinematografica realizzata da un regista e produttore con le iniziali maiuscole, Ridley Scott.
Appunto conclusivo. Nessuna vena polemica, ci mancherebbe, ma dissento da AP su un punto (meglio, su una singola frase) della sua bellissima recensione: “Adam Driver si impone per carisma su qualunque cattivo mai apparso in una delle saghe stellari”. Se giudichiamo il personaggio dal punto di vista della coolness, potrei essere d’accordo. Pur nella sostanziale linea minimal della divisa (tunica, cappuccio, maschera e guanti neri più – gran figata – la spada cruciforme), il villain colpisce, poco ma sicuro, basta vedere la quantità smisurata di gadget a lui dedicata a differenza di tutti gli altri nuovi character introdotti. Ma se andiamo oltre il lato prettamente visivo, cosa resta di questo cattivo? Nulla o quasi. L’ennesimo personaggio dai conflitti interiori (molto superficialmente illustrati, almeno per ora), impregnato di complesso edipico (non solo verso il padre ma, ipotizzo, anche nei confronti della madre-mummia), un altro bambino capriccioso imprigionato in un corpo d’adulto. Ditemi se non è puro umorismo involontario, giustamente sottolineato dal citato Ortolani, la scena in cui Kylo fa a pezzi alcuni monitor dopo aver ricevuto brutte notizie da un soldato del First Order! Un momento che sarebbe degno di una parodia del “Saturday Night Live”, tanto che scommetto non mancherà nel prossimo nuovo capitolo di “Space Balls”.
Chiudo come ho iniziato, con il grandissimo Leo Ortolani ancora su Star Wars.


I Quiz del Dead Parrot: Cattivi!


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Credo ti sia capitato almeno una volta di parteggiare per un “cattivo” nell’ambito di qualche storia/saga. Fai un nome e dicci il perché della tua scelta di campo.

Mastro Stout A dire il vero, a me capita alquanto spesso, tranne forse nei videogiochi, ma solo perché in quel medium è davvero questione di “O lui, o me”, da duello western, insomma. Un nome su tutti? Darth Vader. Perchè? Perchè, semplicemente, è lui! ‘Nuff said, come dicono gli americani. Sarei il suo primo discepolo, cosa che del resto in parte è avvenuto, avendo in passato giocato alla saga videoludica “Star Wars: Il potere della Forza”.
alunno Proserpio Credo che il cattivo più affascinante sia Long John Silver dell’Isola del Tesoro. Il cuoco con una gamba sola, ex quartiermastro del Capitano Flint, pronto a capeggiare l’ammutinamento a bordo dell’Hispaniola, è un autentico bastardo, ma con la sua capacità di incantare con le parole e l’indubbio carisma risulta molto più simpatico di tutti i personaggi buoni del libro.
duffogrup Forse non riesco proprio a parteggiare per un villain, certo per diversi esponenti della categoria ho provato compassione per la loro triste condizione. Emblematico è il caso dell’androide Roy Batty/Rutger Heuer e il suo monologo finale sotto la pioggia, rimasto nella storia.

Parliamo di super criminali. Se dovessi rubare un super potere e un tratto distintivo da qualcuno degli innumerevoli villain dei comics USA (della serie: andare a rubare in casa dei ladri), di cosa ti approprieresti?

Mastro Stout Come super potere, direi l’abilità “fotografica” di Taskmaster, il più famoso trainer dell’universo Marvel, ossia il saper copiare precisamente qualsiasi tecnica di combattimento che il nostro vede in azione. Non lo dico per afflato di violenza fine a se stessa ma perché, come il character in questione, potrei poi aprire una scuola per creare ottimi lottatori, stile Tana delle Tigri, forse il (non-)luogo che maggiormente m’ha affascinato da piccolo. Quanto al tratto distintivo, dirò una banalità: l’enorme quantità di denaro di cui dispongono i grandi, vecchi villain delle Big Two, quali, tanto per fare un paio di esempi (e per par condicio), Dr. Doom e Ra’s al Ghul.
alunno Proserpio Per ottimizzare rispondo Sylar, il cattivo che nella prima serie di Heroes aveva il potere di rubare i superpoteri degli altri “eroi”.
duffogrup Al Loki cinematografico, che conosco più di quello fumettistico, invidio la divinità ma sicuremente ruberei altre caratteristiche: la capacità di manipolare gli altri a proprio piacimento, l’astuzia che spesso rischia di farlo vincere contro il fratello più forte ma stupido e la sfrontatezza di dire sempre la cosa adatta ad insultare sottilmente il suo interlocutore.

Ti è mai capitato di appassionarti a tal punto alle vicende personali di un cosiddetto villain, da arrivare a comprendere, in toto o almeno in buona parte, le sue motivazioni e i suoi progetti?

Mastro Stout Mi devo ripetere e (ri)cito la Testa del Demone, per il suo antico e mai sopito piano di riportare la Terra ai suoi antichi splendori, quando la Natura dominava nettamente sull’Uomo. Mutatis mutandis, è un concetto onnipresente nelle opere del buon Miyazaki Hayao. Certo, sui mezzi – la decimazione dell’umanità – tramite cui raggiungere un tale scopo ci sarebbe parecchio da discutere… Fossero almeno pronte le colonie spaziali!
alunno Proserpio Anche qua pesco (nel vero senso della parola) dalla letteratura marinaresca: il capitano Achab, con la sua folle ossessione per Moby Dick che condanna alla rovina il Pequod e i suoi marinai. Ma la furia prometeica che lo muove, il legame che lo porta ad identificarsi con la Balena Bianca, il suo chiamarsi fuori dal mondo dei mortali per inseguire la lotta contro il fato, i suoi monologhi biblici da predicatore infuocato ne fanno uno dei grandi personaggi romanzeschi di ogni tempo. Chiunque abbia il senso di una missione o di un’ossessione, chiunque si senta truffato dal destino, chiunque voglia riaggiustare la bilancia del fato, è un po’ un Achab in potenza.
duffogrup Direi che nella sua freddezza, nella sua spietatezza, nel suo essere assolutamente logico (fino a sembrare il parto di una mente vulcaniana), il piano che Ozymandias mette in pratica in Watchmen di Alan Moore può risultare spaventoso però, nella sua tragicità, è accettabile per una mente razionale soprattutto conoscendo quant’era la paura in quegli anni per un conflitto atomico. Solo Rorshach, la personificazione delle emozioni umane più profonde, reagisce veementemente contro questa macchinazione diabolica e salvifica allo stesso tempo. Da omuncolo non voglio condividerne la stessa fine, d’altronde che potrei fare se persino la divinità, Dottor Manatthan, nella sua inutile onnipotenza si schiera a favore di Mr. Veidt.

Ti svegli in piena post piomba dopo una nottata di bagordi e, ancora ubriaco, decidi di realizzare il tuo primo cosplay! Visto l’umore e il mal di testa, ti vestirai da… super cattivo! Quale sarà il tuo prescelto?

Mastro Stout Caro Duffo, anche rimembrando i nostri trascorsi di naja, direi Char Aznable, il celebre antieroe della saga di Kidō senshi Gundam 0079, il primo e più famoso di tutti i Gundam (e, senza dubbio, di tutti i cosiddetti Real Robot). La divisa sarebbe alquanto laboriosa da riprodurre e, considerata anche la pressa che sentirei al capo, la farei certamente realizzare a qualcuno/a. Vabbè, ho detto tutto ciò solo per citare uno dei personaggi di fantasia più tridimensionali, crossmediali e meglio sviluppati di tutti i tempi. Altro che il suo rivale, il piatto Peter Rei/Amuro Ray! Dalla parte di Char tutta la vita!.
alunno Proserpio Un sombrero e un gilettino coi lustrini, un paio di hamburger stracotti incollati alle guance per simulare le bruciature ed eccomi vestito da El Muerto, il memorabile cattivo sfigurato che quasi fece la pelle al buon Tex in un memorabile duello sulla Collina degli Stivali.
duffogrup Potendo metterei la suite degli Agenti di Matrix ma visto che, causa panzetta, finirei per somigliare più a Jake Blues che all’Agente Smith mi accontento dei vestiti larghi di Pennywise, trucco da clown compreso (e pure le zanne).

Tra le poche donne-villain di film, serie tv e fumetti di quale diverresti volentieri lo sgherro tuttofare?

Mastro Stout Mumble, mumble… non son poi così poche, specie nel mondo dei comics USA. Villain lo è stata agli inizi della sua carriera ma s’è “redenta” da tantissimi anni. Parlo della Regina Bianca del Club Infernale, Emma Grace Frost. Bionda, occhi azzurri, formosa,… gelida! ‘Nuff said.
alunno Proserpio Bisogna intendersi su quel tuttofare, ma direi che lavorare come assistente privato al servizio di Daryl Hannah, alias Elle Driver, alias California Mountain Snake, la killer con uno occhio solo nemica giurata di Uma Thurman in Kill Bill non sarebbe male. Dovrei imparare a fischiettare Twisted Nerve, affilare la katana e stirare la sua collezione di bende oculari, ma non sarebbe un sacrificio eccessivo.
duffogrup Direi la Mystica dei film di Brian Singer. Visto che pur tutta blu e squamosa avrebbe le forme di Jennifer Lawrence e/o Rebecca Romijn-Stamos e in più si potrebbe trasformare a piacimento (mio naturalmente) in qualunque altra bellezza terrestre e non, per farle da sgherro arriverei anche a lavare i piatti e tenere in ordine il nostro covo supersegreto.

Macchiavellici, superintelligenti e affascinanti. I cattivi più famosi di solito possiedono almeno una di queste caratteristiche ma ci sono anche tanti cattivi, stupidi, e particolarmente sfigati. Ne vuoi ricordare qualcuno?

Mastro Stout E’ vero, e il primo nome che mi sovviene è quello del povero Dick Dastardly, il villain protagonista della mitica serie d’animazione “Wacky Races” (chiamato anche, in alcuni adattamenti italiani – ma lo scopro solo ora – “il Bieco Barone”). Diciamocielo, un character che potrebbe benissimo impersonificare, viste le scorrettezze messe in atto e il carattere furbetto, il tipico italiano a cui, alla fine della fiera, si può volere anche del bene, specie in occasione dei siparietti con il terribile assistente Muttley. A livello di cattivi sfortunati, citerei un paio di character che, a mio avviso, sono stati poco e male sfruttati dagli sceneggiatori che li hanno curati (in questo senso, sono degli sfigati, non certo per le potenzialità che indubbiamente hanno): uno di papà DC, Lock-Up, comparso in una manciata di storie di Batman e di Robin, e uno di mamma Marvel, Spymaster, villain di Iron Man, all’epoca dei fumetti Corno tradotto come “Il Signore Spia” nel nostro idioma (che ricordi!).
alunno Proserpio In Fargo troviamo un grande cattivo-sfigato, il rapitore interpretato da Steve Buscemi, e un grande sfigato-cattivo, il mandante del rapimento della moglie, interpretato da William H. Macy. Il primo finisce in uno sminuzzatore di legna, il secondo finisce in galera. In generale in quasi tutti i film dei Cohen i cattivi sono parecchio più interessanti dei buoni.
duffogrup Naturalmente il trio Drombo di Yattaman e in generale tutti i cattivi delle serie comiche Time Bokan della Tatsunoko. Ogni puntata il vero spettacolo consisteva nell’entrata in scena dei deliranti robot progettati da Boyakki e destinati inesorabilmente ad essere distrutti da quei nippo-nazisti degli Yattaman. Indimenticabile poi, nella serie parallela Calendar Man il momento della redenzione del trio composto dalla Principessa Lunedì e i fedeli Settembre e Ottobre, di fronte alla probabile punizione del robot King Star. Commosso dal ravvedimento il gigantesco robot se ne va ma, causa la puntuale stupidità dei tre, si accorge di essere stato preso per il culo, per cui scaglia la sua freccia e distrugge il loro robot producendo l’immancabile fungo atomico a forma di teschio.

Ripariamo la maledizione del monologo del cattivo: se fossi tu il supercriminale quale eroe faresti fuori? e come?

Mastro Stout Andando a scavare fra i ricordi più profondi della mia infanzia da imberbe teledipendente, rimembro un episodio che casca a fagiuolo. Non ricordo il titolo dell’anime (forse il Toriton di Osamu Tezuka? n.d.duffo) ma era la sua ultima (o quasi) puntata. Il ragazzino protagonista del cartone, una specie di giovane Aquaman (c’entrava Atlantide o cmq qualche antico reame subacqueo), sconfigge definitivamente la sua nemesi, un ibrido tra uomo e squalo. Non ricordo minimamente le modalità della tenzone ma, in onore di quel piccolo Io deluso e rattristato per la morte di uno dei suoi villain preferiti (nel vedermi rabbuiato, ricordo mia madre che, impietosa, sentenziò: “Era cattivo”), riscriverei volentieri il finale di quella puntata, tiè!
alunno Proserpio Mi travestirei da Rosa Klebb, intepretata dalla grandissima Lotte Lenya, che tra l’altro era la moglie di Bertolt Brecht oltre che una mitica cantante negli anni della repubblica di Weimar, per dare quel che si merita a James Bond in From Russia With Love. Sarebbe sufficiente avere la lama che esce dalla punta della scarpa con qualche centimetro di lunghezza supplementare per affettare la risorsa più preziosa del celebre agente segreto.
duffogrup Steven Seagal, o meglio ognuno dei suoi personaggi. Datemi un’arma, qualsiasi tipo d’arma. Armi da fuoco, armi bianche. Una forchetta, un cucchiaino. Quell’uomo merita una fine atroce. Soffocato da calzini putridi. Trascinato da un dragster. Schiacciato da un branco di trichechi. Altro che scansare le pallottole e andare in giro con la faccia da tamarro a fare il duro, se potessi gli sturerei la testa con un putipù.

I tre cattivi con le facce più memorabili?

Mastro Stout Darth Vader (ma è un cattivo?), con e senza casco. Frà, ora non dirmi che questa frase vale 2 risposte 😛 Se sarai irremovibile su ciò, cambio risposta e ti sparo veloce celoce un trio indimenticabile: Grossa Tigre, Tigre Nera e Re delle Tigri di Tora no Ana ossia Tana delle Tigri! Se cito anche il big boss, Grande Tigre, so che incorrerò in una squalifica, indi mi astengo.
alunno Proserpio Sembra una domanda per rispondere subito che al primo posto c’è il caro Leatheface (Texas Chainsaw Massacre). In realtà non sappiamo nemmeno bene che faccia abbia, visto che ama indossare le sua caratteristica maschera fatta di pezzi di pelle umana. Comunque se vedete una specie di gigante vestito con abiti laceri che vi corre incontro con fare minaccioso ed emettendo versi inarticolati, vi conviene allontanarvi, specie se tiene in pugno una motosega.
Per affinità con Leatherface, cito l’amabile Capitan Spaulding, interpretato da Sid Haig nei due film capolavoro dell’Horror degli anni zero, La casa dai Mille Corpi e Devil’s Rejects di Rob Zombie. Il capitano ha una specie di museo nel deserto, nel quale ospita un’esibizione dedicata a mostri, serial killer, freak e creature dannate di ogni genere. In questa mostra permanente di mostruosità, che assomiglia a una wunderkammer white trash mescolata a una casa del terrore da luna park, lo stesso Capitano sarebbe degno di figurare come reperto: pelato, faccia butterata, denti orribilmente gialli e marci, una barbaccia da caprone sudicia, tutto contribuisce a fare di lui uno dei più simpatici e ributtanti villain degli ultimi anni (oltre che un autentico concentrato dell’orrore americano, una specie di archetipo nero, metà Charles Manson, metà colonnello Sanders del Kentucky Fried Chicken). Ah, dimenticavo la cosa più importante, con il suo make-up da clown risulta perfetto per resare nella memoria degli appassionati di pagliacci assassini.
Terzo il Mystery Man, interpretato da Robert “Baretta” Blake in Strade perdute di Lynch. La faccia imbiancata, le sopracciglia rasate e un semplice telefono celluare per una delle scene più inquietanti della storia del cinema.
duffogrup Il Joker di Heath Ledger del Ritorno del Cavaliere Oscuro. Dovrebbe essere un clown, ma in realtà quel trucco sembra più un impiastro bianco chimico attaccato alla faccia che richiama il Killing Joke di Moore, gli occhi neri che ricordano una mascherina ma anche gli occhi di qualcuno che sta male. Il rosso della bocca che continua come sangue sulle cicatrici che gli allargano il sorriso. E poi quella lingua sempre in movimento. Il villain cinematografico più riuscito degli anni 2000.
Il fantasma del palcoscenico di Brian de Palma. Ricordo che da bambino ho intravisto questo film e devo dire che il personaggio del Fantasma era assai terrificante. Vestito in una tuta nera col mantello, con in testa un casco argentato a forma di testa di falco in cui si intravedono degli occhi pazzoidi, una bocca coi denti di metallo e le labbra truccate con un rossetto nero, si esibisce in virtuosismi all’organo. Una visione angosciante ma, come succede spesso coi ricordi, sbagliata. Il povero fantasma altro non era se non la vittima del vero mostro: il produttore discografico Paul Williams che, diciamola tutta, per risultare pauroso non necessitava di trucchi.
Arnold Scwarzenegger nel 1984, che in poche inquadrature ridicolizza il lavoro dell’intera squadra degli effeti speciali di Terminator quando per rendere credibile il fatto che egli sia una spietata macchina cibernetica programmata per far fuori tutte le Sarah Connors di questo mondo gli basta indossare un paio di occhiali da sole.

Qual’è un oggetto dotato di poteri maligni che varrebbe la pena di far arrivare ai posteri? (Vale sia come oggetto dotato di poteri negativi, cosa inanimata che acquista vita-poteri-forza o oggetto che pur non avendo nessuna caratteristica particolare risulta in qualche modo “cattivo”).

Mastro Stout Cito l’oggetto che, fin da bambino, mi affascina di più nell’Universo Marvel: il cubo cosmico! Praticamente, realizza qualsiasi cosa uno voglia, dimensioni alternative incluse. Rivolgersi al Teschio Rosso (e al Seminatore di Odio) per maggiori informazioni.
alunno Proserpio “Oh god! Oh Jesus Christ!” grida il Sergente Howie, ormai nelle mani di un gruppo di pagani multicolori, capitanati dal memorabile Lord Summerisle, alias Christopher Lee vestito da donna. Cosa ha visto? Un fantoccio di vimini costruito su una scogliera. Ma perché si preoccupa tanto, dopotutto non vorranno mica chiuderlo proprio lì dentro? Mai andare sulle Ebridi a cercare bambine scomparse se non si è pronti a rimetterci la pelle.
duffogrup Il malvagissimo bambolotto meccanico che spunta fuori all’improvviso in Profondo Rosso e che spaventa il povero malcapitato Glauco Mauri, giusto il tempo di distrarlo in modo che il killer possa prenderlo e sbatterlo sulla mensola, spaccargli i denti e infilzarlo con un punteruolo. Il tutto mentre il povero pupazzotto con lo sguardo demoniaco se ne sta a terra tutto rotto a muoversi come avesse le convulsioni.

Le tre frasi memorabili pronunciate da un cattivo.

Mastro StoutL’Imperatore non è indulgente quanto me” (Darth Vader); “Tu non sei il tuo misero piccolo portafogli” (dal libro “Fight Club”; non mi ricordo però se lo dice il protagonista o il suo “lato Pitt”); dulcis in fundo, l’intero monologo del Gen. Nathan R. Jessep di “A Few Good Man” (“Codice d’onore”), interpretato magistralmente dal mefistofelico Jack Nicholson.
alunno ProserpioSqueal like a pig” detto da uno dei redneck al povero Ned Beatty in Quel tranquillo week end di paura. Agghiacciante, per quello che succede dopo…
Grillo Grifi: “Nessuno mi ha seguito tranne un nano di nome Topolino
Gambadilegno: “Ah! Un Nano! Un nano! E non capisci, cervello di gallina, perché Topolino ti ha seguito fin qui?…Egli lavora per la polizia segreta!” Leggendario scambio di battute tra Gamba e il suo complice in Topolino agente della polizia segreta di Floyd Gottfredson.
“…” Michael Myers che non dice niente per tutta la durata di Halloween di John Carpenter.
duffogrupWendy? Sono a casa amore!” Come non accogliere a braccia aperte uno come Jack Nicholson in Shining?
Il mondo è mio!!” La frase che mi tormenta da quando ho 5 anni e la pronuncia il Dottor Zero l’oscuro quattocchi arcinemico di Fantaman.
Io sono Tetsuo!” tamburi, coro, titoli, fine…


I Quiz del Dead Parrot: Cinema!


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Una scena “de paura” che ti ha fatto davvero paura.

Mastro Stout Da discreto appassionato di cinema horror, opterei per una scena che di horror, apparentemente, ha poco ma in cui la tensione si taglia davvero con il coltello ossia il momento in cui la protagonista di quel piccolo capolavoro che è The Descent realizza che la sua vittoriosa fuga dai mostri del sottosuolo era solo un sogno ad occhi aperti. La realtà, quella sì, è decisamente tragica e senza via d’uscita. Devo anche dire che la camminata stile ragno della protagonista de L’esorcista mi colpisce sempre.
alunno Proserpio La scena finale di Don’t look now (Venezia Rosso Shocking). Donald Sutherland segue un cappuccetto rosso tra calli e campielli in una spettrale Venezia notturna. Sarà la figlioletta redidiva? Oppure no. La prima volta ho visto la scena ero, come spesso mi capita dopo le otto di sera, in dormiveglia e mi è venuta una mezza crisi di panico. Un solo nome: Adelina Poerio. Chi ha visto il film non se la dimentica… Ma anche le apparizioni dei bambinetti in Brood La covata malefica di Cronemberg mi sono sempre rimaste impresse. Con le loro giacchettine a vento anni settanta, la faccia rugosa e i capelli biondicci sono assolutamente spaventosi.
duffogrup Lino Capolicchio fugge. E’ ferito e sconvolto da quello che ha appena visto. Riesce a trovare rifugio in una sagrestia dove un prete dallo spiccato accento emiliano gli dà asilo da due anziane sorelle pazze e assassine. La scena è l’epilogo del film La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. Un crescendo di terrore che culmina con la visione di una schifosissima tetta cadente che spunta da sotto una tonaca, una risata isterica che fa accapponare la pelle e la faccia terrificata del povero Capolicchio. Uno dei migliori horror degli anni ’70, fatto di personaggi circensi e atmosfere padane.

Quale battuta ruberesti a un film per farti bello in una situazione difficile?

Mastro Stout Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto (da Per un pugno di dollari di Sergio Leone).
alunno Proserpio Ovviamente Sono nato pronto! detto da Kurt Russell in Grosso Guaio a Chinatown, la commedia action di John Carpenter, vista al cinema a 14 anni… Una battuta che può andar bene per ogni situazione, sia per un rendez vous romantico che per saltare la fila in posta o sostenere un colloquio di assunzione. Anche se tutto il dialogo all’inizio delle Iene, quello su Like a Virgin di Madonna, andrebbe citato per ridar vita ad ogni occasione sociale noiosa.
duffogrup Oggi hanno chiesto a te di far fuori Joe, domani chiederanno a me di far fuori te. Se questo sta bene a te, a me non sta bene. Poi proprio come Noodles in C’era una volta in america darei gas alla mia Grande Punto percorrendo con Mastro Stout, l’alunno Proserpio e platipuszen, tutto il molo Audace tuffandomi nel golfo di Trieste.

Tre canzoni (o musiche) memorabili legate a tre scene della storia del cinema? Valgono sia pezzi da cantare che da fischiettare o da ballare.

Mastro Stout I primi secondi di Battle Without Honor or Humanity di Hotei Tomoyasu, music theme dell’entrata in scena della Banda degli 88 Folli di Kill Bill Vol. 1 (scena vista e rivista non so quante volte).
Da The Doors di Oliver Stone, Jim Morrison che se ne fregò (o si dimenticò o… chi lo sa) di quanto richiesto dal conduttore e sparò un sonoro “Girl, we couldn’t get much HIGHER!” cantando live al programma tv Ed Sullivan Show, il 17 settembre 1967, la celebre Light My Fire.
Moving On (The End), scelto tra i vari temi musicali di Lost. A risentirlo, già mi scende una lacrimuccia… È vero, fa parte dell’OST di una serie televisiva ma Lost è molto più che cinema!
alunno Proserpio Troppo facile pescare da Tarantino, che ha fatto del rapporto canzone immagine un’arte, allora vado su cose più particolari, Keith Carradine che canta I’m Easy in Nashville di Robert Altman. Tre donne, ognuna convinta che la canzone intonata dal fascinoso barbuto country, sia dedicata a lei. Ma solo una è davvero quella giusta. Tutta una storia raccontata in un paio di minuti, tutto il genio di Altman in una scena sola. Porque te vas ballata da Ana Torrent, forse la più incredibile attrice bambina, in Cria Cuervos, dramma psicologico di Carlos Saura. La magia e l’inquietudine dell’infanzia nella Spagna degli anni settanta. E poi The End dei Doors con il napalm che cade sulla jungla nel memorabile inizio di Apocalypse Now, mentre Charlie Sheen suda allucinato nella sua stanza. Saigon, shit!
duffogrup Siccome sono un precisino io rispondo alla lettera.
Da cantare: lo stornello che il gestore del ristorante “Da Sergio e Bruno gli incivili” dedica a Lino Banfi, commissario di polizia, in Fracchia la belva umana e che lo stesso Banfi chiude magistralmente. Da fischiettare: doverosamente cito il maestro Morricone (campione del fischio cinematografico) tornando a C’era una volta in America per la scena che inizia coi 5 ragazzi vestiti di nuovo e finisce con Noodles arrestato, il piccolo Dominic fatto secco da una pistolettata alla schiena e l’arcinemico Bugsy sbudellato. Da ballare: Ray Charles che suona una tastiera scarcagnata nel suo negozio di strumenti musicali a Chicago, accompagnato dai Blues Brothers e dando il via ad una travolgente versione di Shake A Tail Feather solo per il gusto di far vedere a Jake ed Elwood che quel piano valeva i 2.000 dollari del prezzo.

Hai finito le droghe, il vino e la birra sono stati già tracannati e pure lo sciamano che sta vicino a casa tua non si fa trovare. Quale film potrebbe essere una buona alternativa a un trip chimico?

Mastro Stout ‘Azz, che razza di situazione complicata! 😉 Tanti anni fa avrei probabilmente detto Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni ma ne ho un ricordo piuttosto vago. Cito quindi, per il suo finale da Armageddon (pur calmissimo dopo decine e decine di minuti di pure mattanza), The End of Evangelion, il film che chiude(va) la saga di Hideaki Anno.
alunno Proserpio Scelgo Stati di Allucinazione, il film sugli stati alterati di coscienza di Ken Russell. Willam Hurt che sperimenta regressioni filogenetiche in una vasca di deprivazione sensoriale, diventando un mezzo scimmione. Tra l’altro è il film che ha ispirato sicuramente Fringe, e c’è anche Blair Brown, che da giovane era effettivamente da alterazione della coscienza.
duffogrup Senza dubbio Tetsuo di Shinya Tsukamoto. Sebbene ispirato da un’opera dalla struttura sostanzialmente classica come Akira di Otomo, Tetsuo va oltre. Un bianco e nero sporco, inquadrature disturbanti, riprese frenetiche e musica pesante e pestatissima. Altro che trip, Tetsuo è la versione pazzoide e metal de La metamorfosi di Kafka, con in più la leggendaria trivella fallica.

Visto che hai deciso di rifarti il guardaroba, vai dal tuo sarto di fiducia con la foto del personaggio di un film . Tiri fuori la foto, la passi al sarto e gli dici “Ecco, voglio un vestito proprio così!” Chi è il personaggio?

Mastro Stout Dico Johnny Mo, capo della succitata Banda degli 88 Folli. Katana e maschera incluse, ovviamente!
alunno Proserpio La prima risposta potrebbe portarmi dalle parti di Wes Anderson, dato che i suoi sono personaggi dagli abiti più curati degli ultimi anni, ma bisogna avere il fisico di Adrien Brody o la faccia di Owen Wilson per non essere ridicoli con le giacchette andersoniane. Allora vado sull’eleganza degli anni quaranta impeccabilmente ricostruiti da Roman Polanski in Chinatown: Jack Nicholson come private eye dal look perfetto, tutto giacche a spalle larghe, dominanza di tinte beige, righine scure, borsalino, anch’esso beige, occhiali da sole con la montatura tonda d’osso. E soprattutto cerottone sul naso tagliato.
duffogrup Visto che gioco a baseball da una vita dovrei scegliere l’outfit delle Baseball Furies de I Guerrieri della Notte, la gang che se ne va ingiro vestiti con la divisa dei New York yankees, il viso dipinto e le mazze di legno. Invece scelgo l’uniforme degli Hi-Hats, un’altra gang dello stesso film, contraddistinta da maglioncino rosso con maniche a righe, pantaloni neri, bretelle, una tuba e la faccia truccata da mimo. Certo sarei un po’ ridicolo, ma sempre meglio di quelli che per Halloween scelgono di vestirsi come quegli sfigati degli Orfani.

A quale attrice daresti volentieri l’accesso al mondo dei tuoi sogni erotici?

Mastro Stout No, dai, solo una non è giusto! Acc, sforzandomi di stare in questo ristrettissimo numero, indico colei che dal tempo delle mie mele (insomma, dalle superiori) definisce il mio ideale di donna-barbie: Katherine Kelly Lang, protagonista non solo di The Bold & The Beautiful ma, soprattutto, di quella chicca trash che è Esperimento letale.
alunno Proserpio Beh, dipende da molte cose. Se dico Liv Tyler in Io ballo da sola passo per malatone. Dominique Sanda in Novecento era effettivamente troppo stronza (tra l’altro, mettendoci vicino anche Eva Green, Bertolucci è in assoluto il regista con il maggiore occhio per la bellezza femminile). Alla fine scelgo Diane Keaton al tempo di Io e Annie, anche se sarebbero sogni erotici un po’ troppo newyorkesi, tra il nevrotico e l’intellettuale, a parlare dei libri di McLuhan col rischio di veder comparire anche il buon Woody…
duffogrup Una? Da sempre sono un sostenitore del concetto di harem per cui non posso citarne una sola e fare torto a tutte le altre, comunque sono disposto a piegarmi all’imperio della regola scegliendo fra tre categorie. Un’attrice italiana: Gloria Guida, una bellezza inusuale, quasi scandinava, per i canoni italici ma soprattutto per me l’eterna liceale nella classe dei ripetenti. Un’attrice straniera: Scarlett Johansson nella versione Vedova Nera, letale. Un personaggio: la milf per antonomasia, Mrs Robinson de Il laureato interpretata da Ann Bancroft.

Forse non te ne sei accorto, ma sei morto… per fortuna puoi sceglierti un vicino (o una vicina) di nuvoletta andando a pescare tra i numerosi defunti della storia del cinema. Chi scegli e qual’è il motivo della tua scelta? E di cosa parlate?

Mastro Stout Quando ho letto la domanda, mi sono fermato a “sei morto… per fortuna”. Sarebbe stata una gran sentenza! 😀 Non è certo stato un attore tout-court ma, in un certo senso, considerate le sue performance live e il fatto di esser stato protagonista di diversi videoclip e documentari, in parte sì. Parlo di James Douglas Morrison, il Re Lucertola. Personalmente, una delle figure più importanti dello scorso secolo, con cui sicuramente intavolerei discorsi di argomento storico e filosofico e, soprattutto, con cui discernerei di piombe memorabili.
alunno Proserpio La prima risposta sarebbe Philip Seymour Hoffmann per dirgli quanto è stato coglione… Poi vado sicuramente a farmi quattro risate e a mangiarmi un piatto di tagliatelle con Carlo Pisacane, alias Capannelle, purché sia in tenuta alla zuava come nei Soliti Ignoti.
duffogrup Chiederei a chi di dovere di mettermi vicino ad Orson Welles non tanto per parlare dei film che ha diretto o interpretato, oppure della mitica performance radiofonica che sconvolse mezza America. Quello che veramente vorrei chiedere all’infernale Quinlan è che cosa ci sia ancora dentro a quel benedetto baule che una volta gli apparteneva e che, arrivato qualche anno fa in modo rocambolesco in quel di Pordenone, ultimamente ci sta restituendo intere pellicole di suoi film che un tempo si ritenevano perduti per sempre, con la medesima magia della borsa senza fondo di Mary Poppins e con la stessa precisione di un registratore di cassa.

Sei Sergio Leone e stai per girare il famoso Triello del Buono il Brutto e il Cattivo: quali eroi cinematografici vorresti vedere sparacchiarsi a vicenda?

Mastro Stout Visto il numero esorbitante dei cinefumetti lanciati in questi anni, i sogni che da bambino avevo sull’ammirare un giorno sul grande schermo gli scontri presenti negli albi si sono praticamente tutti avverati. Ma visto che mi si chiede di vestire i panni di quel sant’uomo di Sergio Leone resterei in ambito di eroi nostrani. Assisterei quindi, più che volentieri, ad un duello all’ultima cartuccia tra il Tex di Giuliano Gemma e un qualsiasi pistolero interpretato da Clint Eastwood. Con balla di fieno rotolante e contorno di massi di cartapesta, ovviamente!
alunno Proserpio A un angolo metto il Samuel L. Jackson di Pulp Fiction, armato di Star Modello B 9mm, cattivissimo, vestito di nero, con i suoi orribili ricci impomatati. All’angolo opposto a Jon Voight con arco e frecce e cappellino da pesca, uscito dal Tranquillo Week End di Paura. A fare da terzo Bill “The Butcher” Cutting interpretato da Daniel Day Lewis in Gangs ot New York, col suo fido coltellaccio, cilindro e baffoni d’ordinanza. Samuel è avvantaggiato dal punto di vista tecnologico, ma prima di sparare deve fare tutto il suo monologo tratto da Ezechiele, The Butcher è veloce e cattivo, ma un po’ troppo teatrale, Voight fa fatica a tenere in mano l’arco, ma ha dalla sua la paura e l’istinto di sopravvivenza. Chi vincerà?
duffogrup Ricalcando un po’ la psicologia dei personaggi leoniani farei fare il ruolo del Biondo a Kaneda di Akira, che arriva sul campo di battaglia con il fucile laser e in sella della sua fantastica “moto per soli geni”. Jake “Joliet” Blues (aka John Belushi) sarebbe un ottimo Tuco, che tanto lui nel triello non spara, mentre per il ruolo di Sentenza ci metto Joubert, il killer a contratto de I tre giorni del Condor interpretato da Max Von Sydow, affinché riceva la giusta punizione che ha evitato alla fine del film di Pollack.