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Dead Parrot’s “Tropicalia and other latitudes” Compilation


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Caetano Veloso – Tropicalia (Brasile 1968)
Los Holy’s – Sueño Sicodélico (Perù, 1967)
Raul Seixas – Mosca na Sopa (Brasile 1973)
Assagai – Telephone Girl (Sudafrica, 1971)
Femi Kuti – Truth Don Die (Nigeria, 1998)
Soyol Erdene – Song of My Happiness (Mongolia, 1981)
Elias Rahbani – Dance of Maria (Libano, 1972)
Yma Sumac – Ataypura (Perù, 1950)
Ngozi Family – Night of Fear (Zambia, 1977)
Jackie Mittoo and The Soul Vendors – Drum Song (Giamaica, 1968)
Sun City Girls - The Shining Path (USA, 1990)
Alma y Vida – Don Quijote de barba y gabán (Argentina, 1972)
Mano Negra – Mala Vida (Francia, 1988)
Cesaria Evora – Sodade (Capo Verde, 1992)
Bombino – Amidine (Niger, 2013)
Mulatu Astatke – Yegelle Tezeta (Etiopia, 1972)
Devendra Banhart – Santa Maria Da Feira (USA, 2005)
Jorge Ben Jr – Take It Easy My Brother Charles (Brasile, 1969)
Os Korimbas – Sémba Braguez (Angola, 1974)
Beck – Tropicalia (USA, 1998)


Your Name. Cinema o Anime al cinema?


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Nonostante la distribuzione ricattatoria che Your Name ha avuto nel nostro paese all’interno della rassegna denominata Anime al cinema, caratterizzata da proiezioni effettuate durante i giorni feriali al prezzo di 11 Euro, il successo di pubblico è stato tale che il film di Makoto Shinkai è rimasto nelle sale molto più rispetto alle previsioni iniziali del distributore. Oltre alle date iniziali del 23/24/25 gennaio in alcune città il film è stato proiettato anche nelle settimane successive, sempre a prezzo maggiorato giustificato dall’appellativo ormai ineluttabile di evento speciale. Un successo trainato dal passaparola tra i fan nostrani degli anime e che dovrebbe far pensare i distributori “normali” sul fatto che in Italia, film dello studio Ghibli a parte, esiste un mercato recettivo verso questo tipo di prodotto cinematografico e che lasciarlo del tutto nella disponibilità di un unico soggetto, che continua a ricattare (non mi viene in mente altro verbo) gli appassionati di anime, è un controsenso economico oltre ad essere un freno enorme dal punto di vista culturale.
Ma veniamo al film in sè che è bello e sicuramente merita tutto il successo che ha avuto in giro per il mondo.
Non arriverò a definirlo un capolavoro come ha fatto Mastro Stout, ma sicuramente è un film che in ogni sua parte è fatto molto bene: dalla storia, al character design, alle canzoni, tutto è realizzato con estrema cura. Lascio il termine capolavoro ad una manciata di titoli che si stagliano nella mia memoria come delle vette difficilmente avvicinabili. Però è rassicurante che nonostante una leggenda come Hayao Miyazaki e il suo studio Ghibli abbiano smesso da più di tre anni di produrre film, lo spazio lasciato libero sia stato subito occupato dai film di nuovi autori. Il fatto che Your Name risulta essere un ottimo film comunque è molto importante, perchè si inserisce in quel processo di cambiamento generazionale che sta vivendo il cinema d’animazione giapponese. Ogni film è una nuova prova, un nuovo esame per un autore giovane come Shinkai. Tra i tanti che avrebbero dovuto partecipare alla gara per essere nominato erede di Miyazaki-sama sono rimasti in gioco (causa i decessi prematuri di Yoshifumi Kondō e Satoshi Kon, e la crisi esistenziale-professionale di Hideaki Anno) solamente due nomi: Makoto Shinkai e Mamoru Hosoda. E’ proprio ad uno dei titoli di quest’ultimo, La ragazza che saltava nel tempo, che ho subito pensato durante la visione di Your Name. Il tema del viaggio nel tempo, del destino e della sua (im)mutabilità, l’eta dei protagonisti, contraddistinguono entrambe le pellicole. L’elemento che distingue Your Name è senza dubbio quello spirituale, l’azione delle divinità shintoiste è evidente anche se le immagini non lo rendono esplicitamente.
C’è però un piccolo elemento, quasi trascurabile, che ho notato essere presente in misura maggiore o minore sia nel film di Shinkai che in quelli di Hosoda e che continua a non convincermi. Mi riferisco al fatto che sempre di più nei film post Studio Ghibli trovo situazioni in cui elementi del disegno e cinematografici si richiamano espressamente all’animazione televisiva. Per esempio i visi deformati e le stilizzazioni nei momenti di imbarazzo o di rabbia dei protagonisti e in generale nei momenti comici della pellicola. Mi sembra un elemento che stride col tono stilistico che quei film mantengono per il resto del tempo. Se facciamo un paragone con Miyazaki, certi momenti nei film Ghibli erano rari e comunque non “staccavano” troppo dal resto. In Ponyo per esempio ci sono diversi momenti definibili come infantili ma sono inseriti nel contesto di un film destinato ad un pubblico molto giovane. Sicuramente qualcuno obietterà che quegli elementi risultano essere distintivi dell’animazione giapponese però è un obiezione che prevede una consequenzialità tra anime in tv e anime cinematografici. Ritengo invece che il cinema d’animazione deve essere qualcosa di diverso rispetto all’animazione televisiva e un autore dovrebbe divaricare ad ogni film un po’ di più questa differenza. Insomma per realizzare anime cinematografici non bisogna limitarsi a portare una televisione in alta definizione al cinema, ma bisogna pensare ad un linguaggio diverso con altri standard rispetto a quelli televisivi.


Dead Parrot’s “Covers for Christmas” Compilation


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Big Black – The model (Kraftwerk)
Sonic Youth – Superstar (Delaney and Bonnie)
Grace Jones – La vie en rose (Edith Piaf)
Moullinex & Peaches – Maniac (Michael Sembello)
Turbonegro – Suffragette City (David Bowie)
Freedom Fry – 1979 (The Smashing Pumpkins)
Peter Gabriel & Hot Chip – Cape Cod Kwassa Kwassa
Caetano Veloso – Come as you are (Nirvana)
Soulwax – Children of the revolution (T. Rex)
Fantômas – Rosemary’s baby (Krzysztof Komeda)
Manel – La gent normal (Pulp)
Franz Ferdinand & Jane Birkin – A song for sorry angel (Serge Gainsbourg)
The Soft Pink Truth – Black Metal (Venom)
The Langley Schools Music Project – God only knows (Beach Boys)
Polysics – My sharona (The Knack)
Robert Wyatt – Del mondo (CSI)
The vickers – Lady (hear me tonight) (Modjo)
The spinto band – I think we’re alone now (Tiffany)
ANBB – One (Harry Nilsson)
The Tropics of Cancer – Poptones (PIL)


Superonda: storia della musica che non fece l’Italia


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D’ora in poi quando qualche sbruffone anglosassone pasteggiando a prosecco e Ferrero Rocher durante i ricevimenti dell’ambasciatore mi sbatterà in faccia la superiorità della critica musicale d’oltremanica io tirerò fuori un volumone di più di 600 pagine intitolato Superonda: storia segreta della musica italiana. Il libro di Valerio Mattioli è un’opera meritoria, che dovrebbe essere motivo d’orgoglio della scena musicale italiana e in particolare per la categoria dei critici nostrani. Il lavoro che ha svolto Mattioli è mastodontico sia in termini temporali, infatti il periodo trattato va dal 1964 al 1976, un’intera era geologica in termini musicali, per la mole di materiale raccolto ed analizzato e per la vastità degli argomenti che il suo discorso tratta. Partendo da quella scena rock di metà anni ’60 che si pone in maniera alternativa al carrozzone sanremese, Mattioli divaga senza soluzione di continuità tra movimenti artistici d’avanguardia, corsi tedeschi di musica contemporanea, cartelloni pubblicitari, divani dal design sinusoidale, comuni hippie, laboratori fonologici, cinema western e cinema giallo, riviste musicali, droghe sintetiche, architetture improbabili, Lascia o Raddoppia e altre amenità della Rai, concerti finiti male e tanto altro (veramente tanto altro), utilizzando naturalmente come filo conduttore la musica che da quel contesto scaturiva o che quel contesto contribuiva a crearlo.

Il Sessantotto è il vero baricentro culturale del periodo considerato da Mattioli, naturalmente dal punto di vista politico ma anche da un punto di vista culturale, anche se podromi di alternatività alla cultura borghese dominante nell’Italia del boom economico vi erano già stati negli anni che precedettero Valle Giulia, un esempio su tutti il Piper. Accanto ad una storia della cultura italiana pre e post-sessantottina il libro tratta di alcuni personaggi, in particolare è centrale la figura di Ennio Morricone, che col Sessantotto da un punto di vista politico magari hanno poco da spartire ma che in un certo senso hanno avuto all’interno del mondo culturale italiano, ed in particolare quello musicale, un effetto altrettanto rivoluzionario. Per la minuzia con cui viene affrontato questo gigantesco argomento Superonda ha un respiro quasi accademico ed è una lettura obbligata per chi ha anche solo un po’ di curiosità e, come ha scritto Stefano Bianchi nella sua recensione per Blow Up, è già un punto fermo della letteratura musicale italiana con cui chiunque traccerà storie di quell’epoca dovrà necessariamente confrontarsi.

Detto questo, non succede spesso che il sottoscritto si perda in lodi sperticate per chicchessia e quindi non lo faccio neanche in quest’occasione, anzi mi sento in dovere di concludere rivolgendo qualche pseudo-critica a Mattioli e qualche altra considerazione sulla materia del libro.
Innanzi tutto ho sentito una sensazione di mancanza quasi insostenibile appena ho cominciato la lettura di Superonda, sensazione che è continuata aggravandosi fino alla fine: il libro manca incredibilmente di un indice. Non c’è un indice analitico degli argomenti ma nemmeno uno dei nomi. Un libro di storia di 600 pagine con, facciamo una media, 650 parole per pagina (basta passare un paio di pagine con l’OCR per contarle) che fanno circa 390 mila parole, ha bisogno di un indice punto e basta. Senza un indice dei nomi i collegamenti di Mattioli vanno a farsi benedire perchè io lettore, non essendo Pico della Mirandola, dopo sei capitoli posso anche non ricordarmi chi suonava il basso nei Saint Just di Jenny Sorrenti o quali architetti facevano parte del Superstudio di Firenze o chi passava l’estate a Darmstadt dei componenti del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Se una delle idee fondamentali del libro è la permeabilità di quell’ambito culturale dovuto ai rapporti e alle contaminazionni che in quel periodo avvenivano con estrema facilità, allora la mancanza di una cosa tecnica come un indice rischia di non far emergere in maniera semplice questa idea.

Un secondo appunto che mi sento di fare più che una critica è un consiglio a chi si appresta a mettersi alla lettura di Superonda. Questo libro è un invito alla multimedialità. Bisogna leggerlo a piccole dosi, fermandosi quando non si conosce qualcosa di ciò che viene descritto e andando caparbiamente alla ricerca sul web togliendosi ogni sfizio di curiosità. Non ci rendiamo quasi mai conto della fortuna di avere a disposizione una collezione infinita di immagini, filmati, brani musicali (spesso interi album) a portata di mouse finchè non ci troviamo difronte ad un catalogo di questa natura.
E qui mi collego all’ultimo punto che volevo trattare: nonostante un ondata di revival che ha spinto i discografici a ristampare diversi dischi del periodo, la grande maggioranza del materiale di cui tratta Superonda è letteralmente introvabile ed è solo grazie al lavoro di anonimi diggers (spulciatori di vinili rari alle fiere), rippatori (quelli che registrano un vinile e caricano l’audio su youtube) e collezionisti se possiamo ascoltare Fetus di Battiato, Feedback del GINC, il Volo magico di Rocchi o buona parte della library music italiana. Perchè se vogliamo proprio dirla tutta, questa musica l’Italia l’aveva per lo più dimenticata senza grandi rimpianti, con la sola eccezione del progressive italiano salvato dall’oblio da una sorta di orgoglio nazionale visto il successo di alcuni gruppi come PFM e Banco del Mutuo Soccorso all’estero. Forse il sottotitolo più adatto sarebbe stato Superonda: storia della musica italiana segreta.

Trovo che Superonda racconti fondamentalmente la storia di un movimento musicale sconfitto, capace al suo apice di muovere masse di ascoltatori verso i festival pop degli anni ’70 ma incapace di vincere la gara commerciale contro la canzonetta sanremese prima e i cantautori pop dopo. Il casino sociale e politico scatenato dal movimento del ’77 che spazzò via con una ventata di nichilismo il Sessantotto e buona parte dell’universo culturale nato dieci anni prima, nei confronti dei vari Dalla, Cocciante, Baglioni, e al loro successo di massa si dimostrò fin troppo disinteressato. Forse l’intrinseca debolezza del rock dei freak, della psichedelia e in generale di quel mondo culturale alternativo in Italia è sempre stato l’incapacità di venire a patti con l’anima artistica e commerciale del fare cultura per vivere. Da un lato c’era chi raggranellava denari inanellando hit da classifica, dall’altro chi ti rinfacciava il fatto che la musica che suonavi la vendevi ad altri ragazzi, altri compagni, e in fondo quindi eri un po’ borghese e capitalista pure tu. Era un movimento sconfitto in partenza e destinato ad un oblio che non meritava, per questo Superonda di Mattioli adesso è così importante: perché ridà dignità all’anima artistica di quell’utopia.


Dead Parrot “Highway 80” Summer Compilation


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The Beastie Boys – No Sleep Till Brooklyn (1986)
Def Leppard – Let it Go (1981)
Billy Squier – The Stroke (1981)
Motley Crue – Merry Go Round (1981)
Foreigner – Juke Box Hero (1981)
Girlschool – Race With The Devil (1980)
Adolescents – Amoeba (1981)
Guns N’ Roses – Nightrain (1987)
Alien – Cosmic fantasy (1983)
Metallica – Last Caress/Green Hell (1987)
The Cult – Rain (1985)
Fastway – Trick o’r treat (1986, Trick ‘r Treat soundtrack)
Tesla – 2 Late 4 Love (1986)
Suicidal Tendancies – Institutionalized (1983)
Living Colour – Solace Of You (1989)
The Godfathers – Birth, School, Work, Death (1988)
Vangelis – End Titles (1982, Blade Runner soundtrack)


Collezionando recensioni,
ovvero perchè abbiamo bisogno della merda d’artista


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Per parlare di Collezionando la prendo alla lontana, un po’ perchè il buon Mastro Stout ha già dato ampio risalto ai dettagli della nostra gita lucchese ma un po’ anche per evitare i suoi strali a causa dei miei astronomici ritardi nelle pubblicazioni dei post. Parto perciò da una breve recensione a Ratatouille che avevo fatto tempo fa su la covata malefica. L’oggetto del post in pratica era la presa di posizione di uno dei personaggi, l’implacabile critico culinario Anton Ego, nei confronti delle critiche negative e in particolare delle stroncature, colpevoli di non tenere in considerazione della passione e del cuore che gli artisti mettono in gioco in ogni loro opera. Non voglio adesso rinnegare le parole di apprezzamento usate da me in quell’occasione verso la posizione coraggiosa presa dalla Pixar. La critica, in molti casi, è ancora un’inutile gara a stroncare, viene esercitata in maniera non costruttiva e non riesce quasi mai a cogliere lo zeitgeist se non dopo molto tempo, accodandosi in maniera pecoreccia alla moda del momento. Il famoso detto arbasiniano (ringrazio ancora oggi l’alunno Proserpio per aver condiviso con me tale perla di saggezza), secondo cui in Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “brillante promessa” a quella di “solito stronzo”; soltano a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro” , è l’esatta rappresentazione delle malefatte della critica nel nostro paese.

Nel corso degli anni però la mia posizione si è un po’ modificata, si è assestata, proprio come succede alle case. A Collezionando poi ho assistito ad una conferenza sul ruolo della comunicazione sui social network e dei blog specializzati sul mercato del fumetto italiano, sui modi che questi mezzi hanno di interagire direttamente col pubblico e sulle prospettive che possono avere in futuro. L’idea dominante emersa dal dibattito è la repulsione verso ogni atteggiamento negativo che possa provenire da parte del pubblico dei lettori e pure in fase di critica, al punto tale che è emersa una posizione del tipo “preferiamo passare per marchettari, recensendo solo i fumetti che ci sono effettivamente piaciuti, piuttosto che perdere tempo a rovesciare livore nei confronti degli altri”. E’ una posizione legittima e che ho ritrovato in maniera abbastanza sovrapponibile nel libro di Nick Hornby Una vita da lettore, raccolta degli articoli scritti per la rivista The Believer (che ha tra le proprie regole il divieto alla stroncatura). Per venire incontro all’esigenza imposta da questa regola Hornby cambia il proprio modo di scegliere i libri da leggere e recensire, e tende perciò a scegliere libri che pensa possano avere buone chance di piacergli (aiutandosi con recensioni di amici, assecondando il suo temporaneo interesse per un determinato argomento o dando fiducia ad autori di cui aveva già letto libri che gli erano piaciuti). Effettivamente buttata giù in questa maniera questa è la soluzione ideale sia per Nick Hornby (e per i redattori dei siti dei fumetti), che riescono a evitare di passare troppo tempo leggendo cose brutte, e per gli autori che, nel peggiore dei casi, evitano di venire mortificati nelle loro ambizioni artistiche. E mettiamoci pure un sospiro di sollievo per le case editrici che sono interessate del lato economico della faccenda. Però in questo discorso manca totalmente un quarto invitato al tavolo: il lettore. Mentre leggevo Hornby, ricordando il dibattito lucchese, pensavo al fatto che in un certo senso questa regola di non stroncare mi toglieva la possibilità di leggere Nick Hornby recensore nella sua interezza. Posso sapere cosa piace ad Hornby ma non cosa lo disgusta. E perchè? Io conosco Hornby come scrittore e so che può essere molto caustico, al limite del cinismo in alcune pagine. Perchè mi viene negata la possibilità di accedere a questo lato della sua figura di recensore? Non che non mi faccia piacere leggere recensioni positive naturalmente, ma esse sono solo una parte di quello che Hornby, o un recensore di siti come Comicus, Fumettologica o Spaziobianco può esprimere. Non abbiamo più bisogno di nuovi Vincenzo Mollica.

Poi c’è un altro lato della faccenda che mi fa storcere ugualmente il naso, e che ritengo forse ancora più importante e quindi grave in questo discorso. Butto lì delle ovvietà: il mondo non è fatto solo di cose belle, se lavori nell’ambito artistico devi accettare il fatto che il talento non è distribuito in maniera uniforme, che i mezzi per produrre un’opera sono diversi (anche economicamente) e alcuni accedono a possibilità che altri non hanno. La realtà è così putroppo. L’arte però riesce sempre a rivoluzionare la realtà perché questi aspetti passano in secondo piano rispetto al gusto di ognuno di noi. Si può arrivare ad accettare il fatto che ci siano dei canoni oggettivi di bellezza che guidano i nostri gusti, ma ognuno di noi per fortuna vede il mondo, comprese le opere d’arte, in modo diverso. Certo non è compito del critico raccontare questa diversità né far finta che essa non esiste, il suo lavoro è raccontare il suo modo di vedere le opere. Sarò io lettore a tirare i conti di questa diversità. Se sono intelligente ne uscirò accresciuto culturalmente altrimenti sarò un altro coglione che scrive commenti da cerebroleso su un blog. Ma, per favore, non cercate di convincermi che viviamo in un mondo in cui a tutti deve piacere “Gatto Mondadory” o “Anubi” perché altrimenti se non ti piace sei dalla parte di quelli fermi, di quelli retrogradi, di quelli che non ne capiscono niente di fumetto.

Non è mai successo a quelli che scrivono recensioni di dire a qualche amico che quel fumetto (o libro, o film, o serie) che ha osannato proprio non gli piace, anzi che è proprio una merda? Ok l’amico ci rimane un po’ male, e allora? Smette di esserti amico per questo? Che forse smetto di essere un estimatore di Hornby se scopro che odia Akira? Certo mi dispiacerebbe, ma preferisco un critico che mi propone la sua personale mappa fumettistica (o letteraria), con segnate le zone da evitare come la peste e l’indicazione invece di quelle da vedere assolutamente. E il bello è proprio sovrapporre la tua mappa con quella degli altri. Altrimenti quello che ci aspetta nel migliore dei casi è un conformismo noiosissimo dove tutti guardano le stesse cose “belle”, oppure un’abominevole hipsteria (tutti anticonformisti alla stessa maniera). D’altronde la targhetta di brutto non per forza deve essere equivalente a quella di “non importante”. Quanto trash cinematografico è diventato di culto? Quanti film di merda italiani degli anni ’70 hanno contribuito a fertilizzare un movimento underground di riscoperta che poi ha sfornato un regista come Tarantino? Quanta musica per discotecari della riviera adriatica hanno ascoltato i dj milionari di oggi? Diciamolo una volta per tutte, come in ogni orto, anche nel mondo dell’arte per arrivare alle primizie serve anche tanta merda.

Per concludere ritorno con un esempio in quel di Lucca. A Collezionando una delle esposizioni, intitolata “Quelli del ‘66”, mostrava albi di collane nate cinquant’anni fa. Ebbene due di quelle collane consistevano in un paio di pseudo-pornazzi come Isabella e Genius. Si tratta chiaramente di fumetti men che mediocri e sono sicuro che non troveremo mai nessuno che ci illustrerà ineguagliabili pregi artistici che solo Isabella può vantare, eppure entrambi sono lì. Sotto le teche benedette della capitale italiana del fumetto. Due fumettacci di mezzo secolo fa esposti ad una mostra sul collezionismo e nessuno giustamente ha niente da ridire, nemmeno io, perchè la loro importanza va oltre il fatto che siano brutti. Sono come la merda d’artista di Manzoni: è arte, certo, possiamo metterla in un museo, possiamo batterla all’asta e farci addirittura un convegno attorno. Però, nonostante tutto, resta merda.


Il ciondolo di Pollyanna: il brutto e il bello della vita


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In una scena del film Pollyanna del 1960 la piccola sobillatrice protagonista distrugge moralmente il reverendo Ford (Karl Malden) con una sola frase, lasciandolo piangente e in ginocchio, in preda ai rimorsi e alle convulsioni del suo animo lacerato. In realtà la piccola strega non è del tutto colpevole, la formula magica così portentosa era stata fatta incidere dal padre di Pollyanna sul ciondolo che la bambina portava al collo e, nonostante fosse stato anch’egli pastore, non si trattava di un passo delle sacre scritture. La frase era infatti una massima di Abraham Lincoln che recitava “Quando vai in cerca del male nel genere umano aspettandoti di trovarcelo, senza meno lo troverai”. Colpito dalla bellezza della citazione e spinto dall’enorme successo del film Roy Disney fece incidere la frase su migliaia di ciondoli che vennero posti in vendita a Disney World. Poco dopo lo sceneggiatore e regista del film, David Swift confessò che in realtà l’aforisma non era affatto di Lincoln ma se l’era inventato lui appositamente per il film. A quel punto il Disney meno furbo non potè che far ritirare tutte le medagliette. La citazione però resta bella e mi piace pensare che sia un ottimo punto di incontro tra la necessità di recensire anche con durezza gli orrori dell’offerta multimediale ma senza diventare troppo pessimisti. Quindi per citare un’altra frase che non ha detto Lincoln “Spera nel meglio ma preparati al peggio” diciamo: sparla del peggio ma parliamo anche del meglio.

Film

Il peggio
Mastro Stout: senza alcun dubbio seleziono il film veneziano con Jolie e Depp: “The Tourist”. In una frase: “La sagra dell’umorismo involontario!”. Vedere Frassica in versione carabiniere cadere in acqua come un ebete è puro trash da cinema chiappa&spada dei ‘70/’80 (ma all’Arma che avranno detto di ‘sta scena penosa?). Son sicuro che l’anima della meravigliosa città co-protagonista di questa pellicola inguardabile e vergognosa piange al ricordo di essere stata calpestata da tali “divi”. E piangono anche i portafogli di tutti gli sventurati che, come me, hanno avuto la sfortuna di andare a vederlo in sala.

duffogrup: Ebbene sì! Lo ammetto, sono uno dei pochi eletti. Uno dei pochi che possono (s)fregiarsi di aver visto al cinema Il silenzio dei prosciutti di Ezio Greggio. Solo la più cupa disperazione di solitario studente fuori sede, mista alla più estrema disattenzione davanti alla biglietteria, poteva portare qualcuno a perdere quasi due ore della propria vita in una sala cinematografica per assistere a quella rappresentazione del vomito su pellicola ed a pagare per farlo. Ezio Greggio, non è mai stato un regista. Non è mai stato nemmeno un comico, in quanto è incapace di generare la benché minima risata. Dai tempi de La Sberla prima e di Drive In poi, l’unica cosa dignitosa che ha fatto è stata la spalla ad un Gianfranco D’angelo da minimo sindacale. C’è qualcosa di incredibile e misterioso che si nasconde dietro a Il silenzio dei prosciutti e in generale a quel periodo della carriera di Ezio Greggio che lo portò a raggranellare abbastanza soldi per andare in America a girare film con Mel Brooks. Di certo un film sulla vita di Ezio Greggio e sui suoi film sarebbe un film drammatico, probabilmente cattivo e disperato. Di sicuro non farebbe ridere.

Il meglio
Mastro Stout: In questo caso, a consigliarmi, è il mio bisogno di catarsi cinematografica. Pongo da sempre grandi speranze (consolatorie) nel buon vecchio cinema western, in quelle buone vecchie pellicole nelle quali ogni torto veniva corretto dai sibili (e soprattutto dagli effetti) dei proiettili, spesso esplosi da character dall’indubbio fascino maudit, che spesso si ponevano a cavallo – gioco di parole non studiato – tra le categorie dogmatiche del bianco e del nero, del Bene e del Male, sorta di compartimenti stagni che, proprio per l’azione dei capolavori di questo genere, hanno iniziato prima a vacillare, quindi a sfaldarsi, perdendo le loro stolide certezze. Ogni qual volta guardo una valida pellicola western, cosa purtroppo rarissima negli ultimi decenni, la fiammella della speranza in un mondo non dico migliore ma certamente più giusto si riaccende inesorabilmente. Se devo citare un titolo, e non volendo essere troppo banale indicando l’inarrivabile Trilogia del Dollaro leoniana, dico con malcelata sicurezza “3:10 to Yuma” (da noi, “Quel treno per Yuma”) di James Mangold con due eccezionali Russell Crowe e Christian Bale. Già veder duellare il Gladiatore e Batman vale l’ideale biglietto.

duffogrup: Un titolo sugli altri non riesco a sceglierlo. Preferisco nominare Cristopher Nolan, il regista che più di ogni altro ha colto la mia attenzione negli ultimi anni senza mai deludere le attese. Nolan è sicuramente il più classico dei registi contemporanei se per classicità si intende l’abilità di usare le inquadrature ed il montaggio per ingabbiare lo spettatore nella trama che è e rimane la parte più importante del film. Anche a costo di ingannarlo come in The Prestige oppure di costringerlo a complicate ricostruzioni, Memento, Nolan porta il pubblico a provare emozione per i personaggi e le loro storie. Nei tre Batman, in Inception e anche in Interstellar (anche se questo titolo soffre un po’ il confronto con gli altri per una sceneggiatura troppo tirata per i capelli in alcune parti) sono i personaggi, soprattutto quelli secondari e minori che lasciano il segno più che gli effetti speciali.

Serie tv

Il peggio
Mastro Stout: un po’ mi spiace dirlo ma davvero “The Big Bang Theory” non mi ha mai preso, anzi. E mi ci ero messo di buzzo buono! Nulla da fare. Tutti questi sbandierati riferimenti alla cultura nerd/geek, amatissima da Duffo, Alunno Proserpio e il sottoscritto, mi sembrano davvero limitati, per fare un paio di esempi, al fatto che i character vestano la maglietta col logo di un noto supereroe oppure posizionino in casa, rigorosamente sullo sfondo, qualche action figure. Senza menzionare il fatto che, suvvia, ma in quale mondo personaggi simili riuscirebbero a mettersi (anche solo a uscire una sera) con delle gnocche come Kaley Cuoco?! Capisco la finzione cine-televisiva ma qui si esagera! La sitcom mi sembra proprio una fiaba a uso e consumo di certo pubblico americano.

duffogrup: Qualsiasi fiction di RAI e Mediaset. A partire dagli anni ‘80, con la nascita della tv commerciale italiana, e progredendo terribilmente nei ‘90 e nel XXI secolo, la competizione al ribasso tra RAI e Mediaset ha condizionato in negativo la capacità di sfornare prodotti degni di essere trasmessi. Proprio quando all’estero il formato serie costruiva attorno a sé quel fascino nei confronti degli addetti ai lavori e quel consenso di critica che stanno dando tanti frutti oggi, in Italia ci si circondava di marescialli, medici in famiglia, improbabili squadre di polizia, cesaroni e don mattei. Il disastro di queste serie è sia di natura tecnica che artistica. Ma non do la colpa del tutto alla produzione, in tutto questo tempo il pubblico del duopolio è stato il peggior nemico di se stesso, premiando con gli ascolti di volta in volta la risata più becera, la lacrima più facile o l’intuito più insulso. La stessa lodevole eccezione costituita dalla messa in onda de Il commissario Montalbano nel 1999 si è incartata su se stessa con la riproposizione episodio dopo episodio gli stessi stereotipi e macchiette (parlo di personaggi ma anche di “paesaggi”), lasciando a Sky il ruolo di ancora di salvezza della fiction di qualità italiana.

Il meglio
Mastro Stout: Più che un singolo titolo, opterei per una neo-corrente cine-televisiva: le produzioni made-in-Netflix e, più specificatamente, quelle legate all’Universo Marvel. Dopo un paio d’anni di produzioni, il bilancio, penso si sia tutti d’accordo, è assolutamente positivo. Lasciamo perdere il discorso delle categorizzazioni tanto care ai mondi del piccolo e grande schermo (sono telefilm? Mini-film? Rimpiazzeranno i film di supereroi al cinema?) e parafrasiamo semmai le domande che giungevano alla redazione della benemerita Editoriale Corno ai tempi della prima ondata di supereroi Marvel in Italia. È migliore “Jessica Jones” o “Daredevil”? Giochiamo pure così, lo stan facendo un po’ tutti i Marvel Zombies e non che seguono queste serie ma ha davvero importanza? Ovviamente no, nessuna. Almeno fino a quando la qualità media di queste opere resterà di un tale livello. Cresciuto leggendo centinaia di albi della Publisher House newyorchese, ho potuto finalmente smettere di sognare di adattamenti professionali di questi eroi. Il sogno si è infine realizzato.

duffogrup: Ho appena scritto che Sky è l’unico produttore italiano di serie di qualità. In effetti Romanzo Criminale, Gomorra e 1992 (da un’idea di Stefano accorsi) hanno ricevuto tutte entusiastiche recensioni e ottimi dati di ascolto. Ma quella che secondo me è la vera perla estratta dal cilindro italiano di Murdoch è una serie comica: Boris. La serie del pesce col nome da tennista è riuscita dove nessuno ce l’aveva fatta dai tempi di Fantozzi, far ridere in maniera cinica e senza compromessi mettendo alla berlina non tanto il politico di turno, quanto l’italiano medio (nel caso di Boris l’intera troupe de Gli Occhi del Cuore). Prendere per il culo i più deboli non è bello, ma guardando Boris cominci a pensare che in fondo furbi, impostori e paraculati non si trovano solo nelle stanze dei bottoni. Oltre a questo Boris ha il merito di aver creato uno dei più grandi personaggi del panorama comico italiano dell’ultimo decennio: il regista Renè Ferretti di Fiano Romano.

Fumetti

Il peggio
Mastro Stout: Opto per “Nathan Never”, quella che poteva diventare LA serie italiana di fantascienza a fumetti e che invece, man mano che gli episodi si accumulavano negli anni, s’è tristemente rivelata un insieme sparso di citazioni-scopiazzature di diversi anime giapponesi, quali, su tutti, “Kidoo Senshi Gandamu” e “Shin seiki Evangerion”. Peccato, davvero. La serie ha comunque l’indubbio merito di aver fatto conoscere al grande pubblico e aver contribuito a lanciare nell’empireo dei disegnatori artisti italiani del calibro di Claudio Castellini e Roberto De Angelis.

duffogrup: Scelgo Orfani della Bonelli. Non ho nulla contro Roberto Recchioni e nemmeno contro la volontà di portare dei cambiamenti in Bonelli coincisa con la sua venuta nella casa di Tex. Anzi, come abbiamo già scritto Mastro Stout ed io, la crisi del fumetto popolare italiano è dovuta essenzialmente alla crisi di creatività iniziata con la dipartita da Dylan Dog di Tiziano Sclavi ed esplosa drammaticamente dopo la morte di Sergio Bonelli. Detto questo io sono dell’idea che non si risponde in questo modo a questi problemi. Non con un fumetto che sembra vecchio già alla partenza, pieno di stereotipi e dalla trama scontata. C’è il colore certo, che (incredibilmente) per una serie Bonelli nel 2016 è una grande novità, ma c’è un’idea estetica un filo originale? Ci sono frasi ad effetto certo, ma c’è un’epica che si discosti un minimo dallo scopiazzare film e serie tv americane? No. Per rinnovare il fumetto americano negli anni ‘90 hanno preso i vecchi supereroi e li hanno letteralmente distrutti. Forse era il caso di provarci anche da noi.
PS: menzione d’onore per Unità Speciale, perché il fumetto dei Carabinieri non deve essere dimenticato. Se non ci fosse un chiaro sforzo propagandistico dell’Arma dietro questa pubblicazione sarebbe realmente incomprensibile il motivo che ha permesso ad una tale schifezza di arrivare fino alle edicole. Storie ridicole e disegni urendi e neanche un’oca come la Arcuri a mostrare ogni tanto l’armamento di ordinanza. Da tramandare ai posteri perché inorridiscano pure loro.

Il meglio
Mastro Stout: Taniguchi-sama realizza da sempre dei manga che gli ammeregani definirebbero “larger than life”. Opere poetiche, intrise di una malinconia onnipresente ma godibilissime da qualunque lettore, in ogni fase della propria vita. Penso che quasi mai una lettura mi abbia regalato tanta serenità quanto due suoi titoli, “L’uomo che cammina” e “Gourmet”, storie che ruotano attorno a episodi in puro stile slice of life di protagonisti assolutamente normali, aggettivo che in questo caso non ha alcuna accezione negativa. Potrei benissimo essere io l’uomo che passeggia per le strade giapponesi in compagnia del suo cane così come Duffo e Proserpio potrebbero certamente identificarsi con l’individuo che assaggia diversi piatti della tradizione culinaria nipponica, in una sequenza di situazioni estremamente quotidiane ma che mai appaiono grigie o monotone, raccontate con rara eleganza di tratto e di toni. Se non possono donare un po’ di speranza e gioia nella vita questi due manga, non so davvero quali fumetti lo possano fare.

duffogrup: Questa scelta è forse la più difficile. Non vorrei dover andare troppo indietro per trovare un fumetto che si adatti all’idea di migliore o tra il meglio della categoria. Però questo è un periodo strano, mai come adesso infatti, soprattutto nel settore della graphic novel, c’è stata una tale quantità e varietà di opere. Tra quelle che ho preso e quelle che mi sono state regalate tutte sono molto belle e piacevoli da leggere. Di certo si respira un aria molto più fresca tra i romanzi a fumetti piuttosto che tra gli scaffali dei fumetti popolari in edicola. Eppure quello che è venuto un po’ a mancare in questi anni è l’opera ammazza tutti. Un Maus del 2010 per intenderci. Oppure un autore che concentrasse su di sé le figure del grande disegnatore, grande sceneggiatore e grande mescolatore di entrambi come era per esempio Will Eisner. A questo punto ho deciso di scegliere come fumetto Dropsie Avenue proprio di Will Eisner, una delle prime graphic novel che lessi. Dropsie Avenue ha la consueta forza narrativa di Eisner e, dopo vent’anni dalla sua pubblicazione, è ancora attualissimo e dovrebbe essere imparato a memoria, tavola per tavola, da chi vuole mettersi a fare graphic novel di mestiere.

Libri

Il peggio
Mastro Stout: qui son proprio in difficoltà e immagino non valga menzionare testi universitari 😉 Mi tuffo e dico “La luce di Orione” di Valerio Evangelisti. Non comprai io questo romanzo ma mi venne regalato. Prima di esso, non avevo letto nulla dell’autore, e questo rappresentò il problema principale della mia difficoltà a comprendere e apprezzare appieno un universo narrativo (peraltro non lineare) che contava già sulla bellezza di 10 capitoli. L’opera in oggetto rappresentava infatti il penultimo tassello del ciclo letterario dedicato al personaggio dell’inquisitore Eymerich. Dovendomi quindi immergere in medias res e ignorando del tutto il già narrato, l’impatto fu tutt’altro che semplice e mi gustai ben poco la vicenda, comunque ben scritta e contenente dei cliffhanger discreti.

duffogrup: La parola mattone usata nei confronti di un libro riesce nell’impresa di racchiudere in un solo termine tre caratteristiche distinte: la forma, lo spessore e la pesantezza della lettura. A Drood di Dan Simmons mattone si adatta benissimo. Da fan di Charles Dickens le storie lunghe non mi spaventano. I romanzi di Dickens però, a differenza di quelli moderni, erano costruiti sulla base di capitoli pubblicati perlopiù su riviste settimanali. La necessità di tenere alta l’attesa era fondamentale per cui Dickens faceva spessissimo ricorso al cliffhanger tra un capitolo e l’altro, secondo il precetto dell’amico Wilkie Collins “Falli piangere, falli ridere ma soprattutto falli aspettare”. Drood è un romanzo che ricostruisce in maniera perfetta la Londra vittoriana e nelle prime pagine questa atmosfera ti avvolge in maniera convincente. Però arrivato a metà del libro, nonostante tutto il mistero della vicenda, ti accorgi che in realtà Drood è estremamente noioso e prolisso. In una parola un mattone di 830 pagine. Arrivato a tre quarti ti chiedi finalmente perché continuare a leggere Drood quando puoi usare meglio il tempo per leggere uno qualsiasi dei libri di Charles Dickens.

Il meglio
Mastro Stout: So di rischiare d’esser banale e, cosa personalmente ancor più temuta, gli strali dei colleghi di blog ma dico “Siddharta” di Hermann Hesse. Ho letto questo piccolo grande libro tantissimi anni fa e chissà se oggi come oggi sarebbe in grado di darmi la stessa carica di tranquillità di allora, di ricaricare le mie stanche batterie. Immagino, e temo, di no, in quanto sono molto più vecchio di allora e, soprattutto, molto più acido e disilluso verso la vita. All’epoca però… che lettura!

duffogrup: Devo dire che negli ultimi anni di non molti libri ho caldeggiato la lettura a destra e a manca quanto Ready Player One di Ernest Kline (suggeritomi dal sempre prezioso alunno Proserpio). Per quanto il libro venga costantemente indicato come destinato principalmente a nerd quarantenni, gli unici a quanto pare che possano recepire i continui rimandi alla cultura pop degli anni ‘80, io sostengo l’esatto contrario. Poche volte infatti mi sono trovato davanti ad un universo narrativo così vario e coerente adatto ad un pubblico trasversale. Kline va oltre il raccontare la lotta di un teenager contro la realtà distopica che lo circonda, come succede invece nei vari Hunger Games e Divergent, bensì crea due universi ben distinti separati da un visore di realtà virtuale. La metafora dell’immaginazione è evidente. Kline esalta l’immaginario dei ragazzi di allora trasferendolo a quello di oggi e, nonostante il mondo reale resti il luogo imprescindibile dei contatti e dei sentimenti, il virtuale non è mostrato come un luogo oscuro, misterioso e pericoloso, bensì come un posto fantastico dove tutti possono cercare e trovare la fantasia che più li aggrada e li rappresenta.

Videogiochi

Il peggio
Mastro Stout: Piccola premessa: non son mai stato un grande videogiocatore, specie in gioventù. Ammetto però che l’avvento della PS3 mi scaraventò con una certa virulenza nel vortice dei videogames, finendo per comprare anche un paio di giochi in edizione limitate e deluxe. Il mio cruccio più grande è molto probabilmente legato a “Star Wars: The Force Unleashed”, che qui citerò più che altro per ripicca. La storia? Impersonare il discepolo (ribelle) di Lord Vader, e ho detto tutto. Il gameplay? Non all’avanguardia ma assolutamente onesto e divertente, di livello medio/alto. Il marchio Star Wars, poi, era ed è una discreta garanzia. Ebbene, qual è dunque il problema? Presto detto. Un paio di livelli str#*§issimi che mi fecero rallentare così tanto al punto da abbandonare definitivamente il gioco quando il traguardo era molto vicino. Ricordo ancora le ore spese online a cercare, tramite i tutorial di altri fan, il modo migliore (ovvero l’unico) per abbattere un fottutissimo Star Destroyer. L’unica cosa che mi rallegrava in quei momenti bui erano i commenti di giocatori di tutto il globo che, tra un insulto e l’altro, asserivano sostanzialmente la stessa cosa: ma perché cavolo creare livelli tanto difficili in un gioco altrimenti fluido e che tutto voleva essere tranne che un parente di “Demon’s Souls”?

duffogrup: Spore. Una delle più grandi delusioni videoludiche della mia vita. Will Wright è l’autore di un gioco plurigenerazionale come Sim City e di The Sims, il primo simulatore di vita giocabile e divertente. Naturalmente il termine simulazione è sempre frainteso quando si parla di giochi come questi. Se prendiamo come punto di riferimento un simulatore di volo, il termine simulazione sta a Sim City e The Sims come Kate Perry sta alla musica: c’è un’idea grossolana di fondo ma una magnifica confezione che la circonda ed è con quella che ti piacerebbe giocare. Una simulazione molto approssimata ma divertente con cui interagire insomma. Quando si seppe che proprio Will Wright nel 2008 avrebbe sfornato un simulatore di evoluzione l’attesa era veramente alta soprattutto perché, a quel che si diceva, il gioco avrebbe dato la possibilità di sostituirsi alla natura plasmando forme di vita originali, le quali avrebbe impattato nell’universo in maniera del tutto diversa le une dalle altre. Ma così non fu. Il gioco, che graficamente era uno spettacolo per gli occhi, procedeva praticamente nello stesso modo ad ogni partita, che si creasse un gigante bipede dal collo oblungo piuttosto che una specie di granchio dalla mascella ultradentata e sei mani con pollici opponibili. L’evoluzione mancava totalmente delle sue componenti fondamentali, la selezione naturale delle caratteristiche e l’adattamento degli organismi all’ambiente. Nessuna conseguenza delle scelte effettuate durante il gioco, solamente un grandioso editor di creature, palazzi e mezzi per appassionati della personalizzazione feroce.

Il meglio
Mastro Stout: Se vogliamo parlare di emozioni, di batticuori, di sogni a occhi aperti (e pure chiusi), la mia testa, il mio corpo, le mie mani, tutto me stesso insomma, vanno in brodo di giuggiole per l’unico e solo “Mass Effect” (ok, è una trilogia ma qualunque capitolo scegliate, cadrete magnificamente). Al solo ricordo di quelle opere mi scende una lacrima, anzi, facciamo più di una. “Mass Effect” è davvero tutto quello che ho sempre desiderato in ambito videoludico: un mix unico e riuscitissimo di componenti RPG e action, con elementi romance e una buona percentuale di free roaming. Un gioco non vivace ma vivo, i cui protagonisti – alla fine ci si affeziona all’intera ciurma spaziale che Shepard deve guidare, non solamente a lui/lei – io lo so, diverranno reali, carne e sangue in un lontano futuro. Certo, avranno altri nomi e magari armi differenti ma saranno questi novelli Capitan Futuro a girare per il cosmo e a lottare in esso e per esso. Purtroppo non vivrò quell’epoca ma posso accontentarmi al pensiero che, entro fine 2016, giungerà il quarto capitolo della saga. Quel giorno nel mondo si tornerà a sognare di più.

duffogrup: Chiudo parlando di speranza. Perché il gioco di cui voglio parlare non è ancora uscito ma sarà in vendita da giugno. Trattasi di No Men’s Sky, un gioco di esplorazione spaziale, commercio e catalogazione naturale. A detta degli sviluppatori No Men’s Sky promette di essere un gioco molto diverso da quello a cui siamo abituati. Un gioco in cui non ci saranno trame complicate, incursioni in modalità stealth o sparatorie continue, ma principalmente ci sarà da esplorare un’infinità di mondi. E infinito in questo caso non’è una parola buttata lì per caso, perché si parla letteralmente di miliardi di miliardi di pianeti creati tramite funzioni matematiche che si mescoleranno in maniera casuale. D’altronde se perfino quel truzzo di Kirk poteva permettersi di partire per strani, nuovi mondi, perché non possiamo farlo anche noi?


Star Wars, il risveglio della forza: Life on Jakku?


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La prematura dipartita di David Bowie, starman per eccellenza, mi dà lo spunto di partenza per dire la mia sul Star Wars di J. J. Abrams e partecipare all’ottimo e proficuo dibattito divampato all’interno di Dead Parrot.
So di lanciarmi in un parallelismo un po’ forzato e che può apparire eccessivamente cinico, ma trovo che la storia della carriera di David Bowie dovrebbe essere presa a paragone quando si deve analizzare l’evoluzione di un franchise mediatico talmente di successo da poterlo definire leggendario. A parte Mollica, che al TG1 si è sentito in dovere di ricordare a tutti gli italiani l’esistenza del film Il mio west (pieraccionata che vantava nel cast, oltre “al sempre bravo” Bowie, anche Alessia Marcuzzi e Harvey Keitel, in una grande performance alimentare), nei tanti coccodrilli che si sono seguiti sono state rimarcate molte banalità. La più diffusa è stata sicuramente quella riguardante la poliedricità artistica di Sir David Robert Jones, capace di oltrepassare le decadi cambiando se stesso abbastanza da essere spesso considerato un anticipatore di tendenze. Intendiamoci, è vero: nell’arco di quindici anni, dall’uscita di Space Oddity a Let’s Dance, nel mondo della musica mai nessuno come Bowie ha interpretato tanti personaggi così diversi tra loro. Ma se ci soffermiamo con un po’ di attenzione sulla musica, piuttosto che sul trucco e il taglio di capelli, possiamo tranquillamente dire che in realtà il suo stile non è cambiato, almeno non al punto da diventare irriconoscibile.

Il suo avvicinamento a sonorità nuove è sempre stato strumentale alla produzione di musica bowiana, in particolare durante la citatissima esperienza berlinese con Brian Eno. Guardando il documentario della BBC Krautrock: The Rebirth of Germany, David e Brian appaiono più come degli avventurieri capitalisti che arrivano in un nuovo territorio e utilizzano le guide locali per sfruttare le risorse del luogo e poi fuggire via in cerca di altri posti da spremere più che degli artisti giramondo in cerca di nuove esperienze. Però, ed è proprio qui che volevo arrivare, la grandezza della storia di un artista è anche nel rendere plausibile una narrazione di questo tipo al pubblico, facendogli dimenticare che in realtà non sta ascoltando un esponente d’avanguardia della musica tedesca ma uno dei campioni della musica commerciale mondiale. Per decadi Bowie è stato, e continuerà sicuramente ad essere, un fenomenale esempio di marketing. Un’azienda da 140 milioni di dischi venduti. Una macchina che, oltre a lasciarci grandi canzoni, ha indicato una strada per il successo: cambiare per dare l’idea al tuo pubblico di essere vivo e vitale ma rimanere se stessi quel tanto che basta a far riconoscere il tuo brand.


Possiamo dire che Star Wars ha preso la stessa strada? Evidentemente no. Ma allora, alla luce di quanto detto a proposito dell’epopea del Duca Bianco, come spiegare il clamoroso successo al botteghino e nei commenti di un film come Star Wars, il risveglio della forza che, come ha giustamente sottolineato Mastro Stout, altro non è che un quasi-remake del film originale del 1977? L’unica spiegazione che mi sento di azzardare è che è avvenuto un profondo mutamento nel pubblico, nel modo che esso ha di accettare in maniera acritica, quasi fosse composto da zombie, quello che l’industria dell’intrattenimento cinematografico gli propina. Star Wars di Abrams non è un brutto film, anzi è uno spettacolo per gli occhi ma accettare Rey come una versione patinata e politically correct del vecchio Luke significa, da spettatore, dimenticarsi che questo film dovrebbe essere la continuazione di una trilogia precedente (se non due) e significa anche tradire la storia che quella trilogia ha raccontato e che per tanto tempo hai ammirato. Sarebbe come se Bowie negli anni novanta, col mutuo da pagare sulla villa a Malibu ma truccato perfettamente alla vecchia maniera, se ne fosse uscito con The Return of Ziggy Stardust e avesse sfornato un disco eccellente, pieno di belle canzoni, e i fan avessero semplicemente accettato con gioia quella riesumazione fuori tempo massimo: “Caro David ti paghiamo per non cambiare”. Non sarebbe mai potuto accadere.

Chiaramente non si poteva chiedere ad Hollywood di fare finta per troppo tempo che un franchise come Star Wars non esistesse. Star Wars farebbe guadagnare anche se girato alla maniera di Georges Melies. Il punto è che la discesa in campo di un gigante conservatore come la Disney ha sparigliato le carte rispetto ai decenni precedenti. Prima ai folli visionari come George Lucas e Steven Spielberg che facevano incassare l’industria del cinema si contrapponevano registi altrettanto geniali e folli che rischiavano di far chiudere bottega (Michael Cimino su tutti). Vi era in un certo senso un equilibrio del terrore basato sul fatto che gli autori contavano tanto nella realizzazione di un film, nel suo successo o nel suo fallimento. Hollywood e Disney hanno deciso chiaramente di non voler rischiare più e, per evitare ogni problema, hanno semplicemente tolto la genialità/follia dal piatto della partita mettendo al timone della barca uomini tecnicamente validi e di fiducia, non a caso per Star Wars hanno scelto il miglior mestierante in circolazione. Il pubblico, nella sua componente di massa, è diventato il vero autore di quelle storie scialbe e prevedibili. A differenza del pubblico che bramava le trasformazioni di Bowie, quello che si affolla nelle sale per Star Wars non desidera “ch-ch-ch-ch-changes”, gli basta un grandioso battage pubblicitario. I veri sconfitti di questa rivoluzione nell’industria cinematografica sono gli autori, e in particolare gli sceneggiatori dei film popolari che ormai partoriscono figli non loro, stracolmi di umorismo da quattro soldi e privi di qualsiasi vera drammaticità, Le serie prodotte dalla vecchia televisione e dalle nuove web tv hanno ormai un diritto di prelazione per quanto riguarda innovazione produttiva, solidità della trama, coraggio degli autori e carisma di personaggi (su tutte True Detective). Un personaggio come Finn (il Jar Jar Binks di Abrams) con le battute, i versi e le facce da cabarettista di terza classe su Tatooine e l’uso di oggetti di scena dall’aspetto familiare, come la statua di sale utilizzata al posto di Carrie Fisher per le riprese, non fanno altro che rafforzare la mia idea che questo ormai non è più uno Star Wars per veri starmen.


Dead Parrot’s “Thats ’70s” Christmas Compilation


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Lee Perry – Disco Devil (1977)
Althea and Donna – Uptown Top Ranking (1978)
Curtis Mayfield – Pusherman (1972, Superfly soundtrack)
Serge Gainsbourg – SS in Uruguay (1975)
Os Mutantes – Ave, Lúcifer (1970)
Sibylle Baier – Tonight (1973)
Alain Goraguer – Deshominisation (1973, La Planete Sauvage soundtrack)
Bruce Haack – Supernova (1970)
Pere Ubu – Non-alignment Pact (1978)
Robert Wyatt – Sea Song (1974)
Tangerine Dream – Betrayal (1977, Sorcerer soundtrack)
Ultravox – Hiroshima Mon Amour (1978)
La Düsseldorf – La Düsseldorf (1976)
Andrzej Korzynski – Rosa Rosa (1977)
Braen’s machine – Imphormal (1971)
Culpeper’s Orchard – Mountain Music Part 1 (1971)
XTC – Complicated Game (1979)


I Quiz del Dead Parrot: Cattivi!


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Credo ti sia capitato almeno una volta di parteggiare per un “cattivo” nell’ambito di qualche storia/saga. Fai un nome e dicci il perché della tua scelta di campo.

Mastro Stout A dire il vero, a me capita alquanto spesso, tranne forse nei videogiochi, ma solo perché in quel medium è davvero questione di “O lui, o me”, da duello western, insomma. Un nome su tutti? Darth Vader. Perchè? Perchè, semplicemente, è lui! ‘Nuff said, come dicono gli americani. Sarei il suo primo discepolo, cosa che del resto in parte è avvenuto, avendo in passato giocato alla saga videoludica “Star Wars: Il potere della Forza”.
alunno Proserpio Credo che il cattivo più affascinante sia Long John Silver dell’Isola del Tesoro. Il cuoco con una gamba sola, ex quartiermastro del Capitano Flint, pronto a capeggiare l’ammutinamento a bordo dell’Hispaniola, è un autentico bastardo, ma con la sua capacità di incantare con le parole e l’indubbio carisma risulta molto più simpatico di tutti i personaggi buoni del libro.
duffogrup Forse non riesco proprio a parteggiare per un villain, certo per diversi esponenti della categoria ho provato compassione per la loro triste condizione. Emblematico è il caso dell’androide Roy Batty/Rutger Heuer e il suo monologo finale sotto la pioggia, rimasto nella storia.

Parliamo di super criminali. Se dovessi rubare un super potere e un tratto distintivo da qualcuno degli innumerevoli villain dei comics USA (della serie: andare a rubare in casa dei ladri), di cosa ti approprieresti?

Mastro Stout Come super potere, direi l’abilità “fotografica” di Taskmaster, il più famoso trainer dell’universo Marvel, ossia il saper copiare precisamente qualsiasi tecnica di combattimento che il nostro vede in azione. Non lo dico per afflato di violenza fine a se stessa ma perché, come il character in questione, potrei poi aprire una scuola per creare ottimi lottatori, stile Tana delle Tigri, forse il (non-)luogo che maggiormente m’ha affascinato da piccolo. Quanto al tratto distintivo, dirò una banalità: l’enorme quantità di denaro di cui dispongono i grandi, vecchi villain delle Big Two, quali, tanto per fare un paio di esempi (e per par condicio), Dr. Doom e Ra’s al Ghul.
alunno Proserpio Per ottimizzare rispondo Sylar, il cattivo che nella prima serie di Heroes aveva il potere di rubare i superpoteri degli altri “eroi”.
duffogrup Al Loki cinematografico, che conosco più di quello fumettistico, invidio la divinità ma sicuremente ruberei altre caratteristiche: la capacità di manipolare gli altri a proprio piacimento, l’astuzia che spesso rischia di farlo vincere contro il fratello più forte ma stupido e la sfrontatezza di dire sempre la cosa adatta ad insultare sottilmente il suo interlocutore.

Ti è mai capitato di appassionarti a tal punto alle vicende personali di un cosiddetto villain, da arrivare a comprendere, in toto o almeno in buona parte, le sue motivazioni e i suoi progetti?

Mastro Stout Mi devo ripetere e (ri)cito la Testa del Demone, per il suo antico e mai sopito piano di riportare la Terra ai suoi antichi splendori, quando la Natura dominava nettamente sull’Uomo. Mutatis mutandis, è un concetto onnipresente nelle opere del buon Miyazaki Hayao. Certo, sui mezzi – la decimazione dell’umanità – tramite cui raggiungere un tale scopo ci sarebbe parecchio da discutere… Fossero almeno pronte le colonie spaziali!
alunno Proserpio Anche qua pesco (nel vero senso della parola) dalla letteratura marinaresca: il capitano Achab, con la sua folle ossessione per Moby Dick che condanna alla rovina il Pequod e i suoi marinai. Ma la furia prometeica che lo muove, il legame che lo porta ad identificarsi con la Balena Bianca, il suo chiamarsi fuori dal mondo dei mortali per inseguire la lotta contro il fato, i suoi monologhi biblici da predicatore infuocato ne fanno uno dei grandi personaggi romanzeschi di ogni tempo. Chiunque abbia il senso di una missione o di un’ossessione, chiunque si senta truffato dal destino, chiunque voglia riaggiustare la bilancia del fato, è un po’ un Achab in potenza.
duffogrup Direi che nella sua freddezza, nella sua spietatezza, nel suo essere assolutamente logico (fino a sembrare il parto di una mente vulcaniana), il piano che Ozymandias mette in pratica in Watchmen di Alan Moore può risultare spaventoso però, nella sua tragicità, è accettabile per una mente razionale soprattutto conoscendo quant’era la paura in quegli anni per un conflitto atomico. Solo Rorshach, la personificazione delle emozioni umane più profonde, reagisce veementemente contro questa macchinazione diabolica e salvifica allo stesso tempo. Da omuncolo non voglio condividerne la stessa fine, d’altronde che potrei fare se persino la divinità, Dottor Manatthan, nella sua inutile onnipotenza si schiera a favore di Mr. Veidt.

Ti svegli in piena post piomba dopo una nottata di bagordi e, ancora ubriaco, decidi di realizzare il tuo primo cosplay! Visto l’umore e il mal di testa, ti vestirai da… super cattivo! Quale sarà il tuo prescelto?

Mastro Stout Caro Duffo, anche rimembrando i nostri trascorsi di naja, direi Char Aznable, il celebre antieroe della saga di Kidō senshi Gundam 0079, il primo e più famoso di tutti i Gundam (e, senza dubbio, di tutti i cosiddetti Real Robot). La divisa sarebbe alquanto laboriosa da riprodurre e, considerata anche la pressa che sentirei al capo, la farei certamente realizzare a qualcuno/a. Vabbè, ho detto tutto ciò solo per citare uno dei personaggi di fantasia più tridimensionali, crossmediali e meglio sviluppati di tutti i tempi. Altro che il suo rivale, il piatto Peter Rei/Amuro Ray! Dalla parte di Char tutta la vita!.
alunno Proserpio Un sombrero e un gilettino coi lustrini, un paio di hamburger stracotti incollati alle guance per simulare le bruciature ed eccomi vestito da El Muerto, il memorabile cattivo sfigurato che quasi fece la pelle al buon Tex in un memorabile duello sulla Collina degli Stivali.
duffogrup Potendo metterei la suite degli Agenti di Matrix ma visto che, causa panzetta, finirei per somigliare più a Jake Blues che all’Agente Smith mi accontento dei vestiti larghi di Pennywise, trucco da clown compreso (e pure le zanne).

Tra le poche donne-villain di film, serie tv e fumetti di quale diverresti volentieri lo sgherro tuttofare?

Mastro Stout Mumble, mumble… non son poi così poche, specie nel mondo dei comics USA. Villain lo è stata agli inizi della sua carriera ma s’è “redenta” da tantissimi anni. Parlo della Regina Bianca del Club Infernale, Emma Grace Frost. Bionda, occhi azzurri, formosa,… gelida! ‘Nuff said.
alunno Proserpio Bisogna intendersi su quel tuttofare, ma direi che lavorare come assistente privato al servizio di Daryl Hannah, alias Elle Driver, alias California Mountain Snake, la killer con uno occhio solo nemica giurata di Uma Thurman in Kill Bill non sarebbe male. Dovrei imparare a fischiettare Twisted Nerve, affilare la katana e stirare la sua collezione di bende oculari, ma non sarebbe un sacrificio eccessivo.
duffogrup Direi la Mystica dei film di Brian Singer. Visto che pur tutta blu e squamosa avrebbe le forme di Jennifer Lawrence e/o Rebecca Romijn-Stamos e in più si potrebbe trasformare a piacimento (mio naturalmente) in qualunque altra bellezza terrestre e non, per farle da sgherro arriverei anche a lavare i piatti e tenere in ordine il nostro covo supersegreto.

Macchiavellici, superintelligenti e affascinanti. I cattivi più famosi di solito possiedono almeno una di queste caratteristiche ma ci sono anche tanti cattivi, stupidi, e particolarmente sfigati. Ne vuoi ricordare qualcuno?

Mastro Stout E’ vero, e il primo nome che mi sovviene è quello del povero Dick Dastardly, il villain protagonista della mitica serie d’animazione “Wacky Races” (chiamato anche, in alcuni adattamenti italiani – ma lo scopro solo ora – “il Bieco Barone”). Diciamocielo, un character che potrebbe benissimo impersonificare, viste le scorrettezze messe in atto e il carattere furbetto, il tipico italiano a cui, alla fine della fiera, si può volere anche del bene, specie in occasione dei siparietti con il terribile assistente Muttley. A livello di cattivi sfortunati, citerei un paio di character che, a mio avviso, sono stati poco e male sfruttati dagli sceneggiatori che li hanno curati (in questo senso, sono degli sfigati, non certo per le potenzialità che indubbiamente hanno): uno di papà DC, Lock-Up, comparso in una manciata di storie di Batman e di Robin, e uno di mamma Marvel, Spymaster, villain di Iron Man, all’epoca dei fumetti Corno tradotto come “Il Signore Spia” nel nostro idioma (che ricordi!).
alunno Proserpio In Fargo troviamo un grande cattivo-sfigato, il rapitore interpretato da Steve Buscemi, e un grande sfigato-cattivo, il mandante del rapimento della moglie, interpretato da William H. Macy. Il primo finisce in uno sminuzzatore di legna, il secondo finisce in galera. In generale in quasi tutti i film dei Cohen i cattivi sono parecchio più interessanti dei buoni.
duffogrup Naturalmente il trio Drombo di Yattaman e in generale tutti i cattivi delle serie comiche Time Bokan della Tatsunoko. Ogni puntata il vero spettacolo consisteva nell’entrata in scena dei deliranti robot progettati da Boyakki e destinati inesorabilmente ad essere distrutti da quei nippo-nazisti degli Yattaman. Indimenticabile poi, nella serie parallela Calendar Man il momento della redenzione del trio composto dalla Principessa Lunedì e i fedeli Settembre e Ottobre, di fronte alla probabile punizione del robot King Star. Commosso dal ravvedimento il gigantesco robot se ne va ma, causa la puntuale stupidità dei tre, si accorge di essere stato preso per il culo, per cui scaglia la sua freccia e distrugge il loro robot producendo l’immancabile fungo atomico a forma di teschio.

Ripariamo la maledizione del monologo del cattivo: se fossi tu il supercriminale quale eroe faresti fuori? e come?

Mastro Stout Andando a scavare fra i ricordi più profondi della mia infanzia da imberbe teledipendente, rimembro un episodio che casca a fagiuolo. Non ricordo il titolo dell’anime (forse il Toriton di Osamu Tezuka? n.d.duffo) ma era la sua ultima (o quasi) puntata. Il ragazzino protagonista del cartone, una specie di giovane Aquaman (c’entrava Atlantide o cmq qualche antico reame subacqueo), sconfigge definitivamente la sua nemesi, un ibrido tra uomo e squalo. Non ricordo minimamente le modalità della tenzone ma, in onore di quel piccolo Io deluso e rattristato per la morte di uno dei suoi villain preferiti (nel vedermi rabbuiato, ricordo mia madre che, impietosa, sentenziò: “Era cattivo”), riscriverei volentieri il finale di quella puntata, tiè!
alunno Proserpio Mi travestirei da Rosa Klebb, intepretata dalla grandissima Lotte Lenya, che tra l’altro era la moglie di Bertolt Brecht oltre che una mitica cantante negli anni della repubblica di Weimar, per dare quel che si merita a James Bond in From Russia With Love. Sarebbe sufficiente avere la lama che esce dalla punta della scarpa con qualche centimetro di lunghezza supplementare per affettare la risorsa più preziosa del celebre agente segreto.
duffogrup Steven Seagal, o meglio ognuno dei suoi personaggi. Datemi un’arma, qualsiasi tipo d’arma. Armi da fuoco, armi bianche. Una forchetta, un cucchiaino. Quell’uomo merita una fine atroce. Soffocato da calzini putridi. Trascinato da un dragster. Schiacciato da un branco di trichechi. Altro che scansare le pallottole e andare in giro con la faccia da tamarro a fare il duro, se potessi gli sturerei la testa con un putipù.

I tre cattivi con le facce più memorabili?

Mastro Stout Darth Vader (ma è un cattivo?), con e senza casco. Frà, ora non dirmi che questa frase vale 2 risposte 😛 Se sarai irremovibile su ciò, cambio risposta e ti sparo veloce celoce un trio indimenticabile: Grossa Tigre, Tigre Nera e Re delle Tigri di Tora no Ana ossia Tana delle Tigri! Se cito anche il big boss, Grande Tigre, so che incorrerò in una squalifica, indi mi astengo.
alunno Proserpio Sembra una domanda per rispondere subito che al primo posto c’è il caro Leatheface (Texas Chainsaw Massacre). In realtà non sappiamo nemmeno bene che faccia abbia, visto che ama indossare le sua caratteristica maschera fatta di pezzi di pelle umana. Comunque se vedete una specie di gigante vestito con abiti laceri che vi corre incontro con fare minaccioso ed emettendo versi inarticolati, vi conviene allontanarvi, specie se tiene in pugno una motosega.
Per affinità con Leatherface, cito l’amabile Capitan Spaulding, interpretato da Sid Haig nei due film capolavoro dell’Horror degli anni zero, La casa dai Mille Corpi e Devil’s Rejects di Rob Zombie. Il capitano ha una specie di museo nel deserto, nel quale ospita un’esibizione dedicata a mostri, serial killer, freak e creature dannate di ogni genere. In questa mostra permanente di mostruosità, che assomiglia a una wunderkammer white trash mescolata a una casa del terrore da luna park, lo stesso Capitano sarebbe degno di figurare come reperto: pelato, faccia butterata, denti orribilmente gialli e marci, una barbaccia da caprone sudicia, tutto contribuisce a fare di lui uno dei più simpatici e ributtanti villain degli ultimi anni (oltre che un autentico concentrato dell’orrore americano, una specie di archetipo nero, metà Charles Manson, metà colonnello Sanders del Kentucky Fried Chicken). Ah, dimenticavo la cosa più importante, con il suo make-up da clown risulta perfetto per resare nella memoria degli appassionati di pagliacci assassini.
Terzo il Mystery Man, interpretato da Robert “Baretta” Blake in Strade perdute di Lynch. La faccia imbiancata, le sopracciglia rasate e un semplice telefono celluare per una delle scene più inquietanti della storia del cinema.
duffogrup Il Joker di Heath Ledger del Ritorno del Cavaliere Oscuro. Dovrebbe essere un clown, ma in realtà quel trucco sembra più un impiastro bianco chimico attaccato alla faccia che richiama il Killing Joke di Moore, gli occhi neri che ricordano una mascherina ma anche gli occhi di qualcuno che sta male. Il rosso della bocca che continua come sangue sulle cicatrici che gli allargano il sorriso. E poi quella lingua sempre in movimento. Il villain cinematografico più riuscito degli anni 2000.
Il fantasma del palcoscenico di Brian de Palma. Ricordo che da bambino ho intravisto questo film e devo dire che il personaggio del Fantasma era assai terrificante. Vestito in una tuta nera col mantello, con in testa un casco argentato a forma di testa di falco in cui si intravedono degli occhi pazzoidi, una bocca coi denti di metallo e le labbra truccate con un rossetto nero, si esibisce in virtuosismi all’organo. Una visione angosciante ma, come succede spesso coi ricordi, sbagliata. Il povero fantasma altro non era se non la vittima del vero mostro: il produttore discografico Paul Williams che, diciamola tutta, per risultare pauroso non necessitava di trucchi.
Arnold Scwarzenegger nel 1984, che in poche inquadrature ridicolizza il lavoro dell’intera squadra degli effeti speciali di Terminator quando per rendere credibile il fatto che egli sia una spietata macchina cibernetica programmata per far fuori tutte le Sarah Connors di questo mondo gli basta indossare un paio di occhiali da sole.

Qual’è un oggetto dotato di poteri maligni che varrebbe la pena di far arrivare ai posteri? (Vale sia come oggetto dotato di poteri negativi, cosa inanimata che acquista vita-poteri-forza o oggetto che pur non avendo nessuna caratteristica particolare risulta in qualche modo “cattivo”).

Mastro Stout Cito l’oggetto che, fin da bambino, mi affascina di più nell’Universo Marvel: il cubo cosmico! Praticamente, realizza qualsiasi cosa uno voglia, dimensioni alternative incluse. Rivolgersi al Teschio Rosso (e al Seminatore di Odio) per maggiori informazioni.
alunno Proserpio “Oh god! Oh Jesus Christ!” grida il Sergente Howie, ormai nelle mani di un gruppo di pagani multicolori, capitanati dal memorabile Lord Summerisle, alias Christopher Lee vestito da donna. Cosa ha visto? Un fantoccio di vimini costruito su una scogliera. Ma perché si preoccupa tanto, dopotutto non vorranno mica chiuderlo proprio lì dentro? Mai andare sulle Ebridi a cercare bambine scomparse se non si è pronti a rimetterci la pelle.
duffogrup Il malvagissimo bambolotto meccanico che spunta fuori all’improvviso in Profondo Rosso e che spaventa il povero malcapitato Glauco Mauri, giusto il tempo di distrarlo in modo che il killer possa prenderlo e sbatterlo sulla mensola, spaccargli i denti e infilzarlo con un punteruolo. Il tutto mentre il povero pupazzotto con lo sguardo demoniaco se ne sta a terra tutto rotto a muoversi come avesse le convulsioni.

Le tre frasi memorabili pronunciate da un cattivo.

Mastro StoutL’Imperatore non è indulgente quanto me” (Darth Vader); “Tu non sei il tuo misero piccolo portafogli” (dal libro “Fight Club”; non mi ricordo però se lo dice il protagonista o il suo “lato Pitt”); dulcis in fundo, l’intero monologo del Gen. Nathan R. Jessep di “A Few Good Man” (“Codice d’onore”), interpretato magistralmente dal mefistofelico Jack Nicholson.
alunno ProserpioSqueal like a pig” detto da uno dei redneck al povero Ned Beatty in Quel tranquillo week end di paura. Agghiacciante, per quello che succede dopo…
Grillo Grifi: “Nessuno mi ha seguito tranne un nano di nome Topolino
Gambadilegno: “Ah! Un Nano! Un nano! E non capisci, cervello di gallina, perché Topolino ti ha seguito fin qui?…Egli lavora per la polizia segreta!” Leggendario scambio di battute tra Gamba e il suo complice in Topolino agente della polizia segreta di Floyd Gottfredson.
“…” Michael Myers che non dice niente per tutta la durata di Halloween di John Carpenter.
duffogrupWendy? Sono a casa amore!” Come non accogliere a braccia aperte uno come Jack Nicholson in Shining?
Il mondo è mio!!” La frase che mi tormenta da quando ho 5 anni e la pronuncia il Dottor Zero l’oscuro quattocchi arcinemico di Fantaman.
Io sono Tetsuo!” tamburi, coro, titoli, fine…