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Dead Parrot’s “Tropicalia and other latitudes” Compilation


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Caetano Veloso – Tropicalia (Brasile 1968)
Los Holy’s – Sueño Sicodélico (Perù, 1967)
Raul Seixas – Mosca na Sopa (Brasile 1973)
Assagai – Telephone Girl (Sudafrica, 1971)
Femi Kuti – Truth Don Die (Nigeria, 1998)
Soyol Erdene – Song of My Happiness (Mongolia, 1981)
Elias Rahbani – Dance of Maria (Libano, 1972)
Yma Sumac – Ataypura (Perù, 1950)
Ngozi Family – Night of Fear (Zambia, 1977)
Jackie Mittoo and The Soul Vendors – Drum Song (Giamaica, 1968)
Sun City Girls - The Shining Path (USA, 1990)
Alma y Vida – Don Quijote de barba y gabán (Argentina, 1972)
Mano Negra – Mala Vida (Francia, 1988)
Cesaria Evora – Sodade (Capo Verde, 1992)
Bombino – Amidine (Niger, 2013)
Mulatu Astatke – Yegelle Tezeta (Etiopia, 1972)
Devendra Banhart – Santa Maria Da Feira (USA, 2005)
Jorge Ben Jr – Take It Easy My Brother Charles (Brasile, 1969)
Os Korimbas – Sémba Braguez (Angola, 1974)
Beck – Tropicalia (USA, 1998)


Your Name. Cinema o Anime al cinema?


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Nonostante la distribuzione ricattatoria che Your Name ha avuto nel nostro paese all’interno della rassegna denominata Anime al cinema, caratterizzata da proiezioni effettuate durante i giorni feriali al prezzo di 11 Euro, il successo di pubblico è stato tale che il film di Makoto Shinkai è rimasto nelle sale molto più rispetto alle previsioni iniziali del distributore. Oltre alle date iniziali del 23/24/25 gennaio in alcune città il film è stato proiettato anche nelle settimane successive, sempre a prezzo maggiorato giustificato dall’appellativo ormai ineluttabile di evento speciale. Un successo trainato dal passaparola tra i fan nostrani degli anime e che dovrebbe far pensare i distributori “normali” sul fatto che in Italia, film dello studio Ghibli a parte, esiste un mercato recettivo verso questo tipo di prodotto cinematografico e che lasciarlo del tutto nella disponibilità di un unico soggetto, che continua a ricattare (non mi viene in mente altro verbo) gli appassionati di anime, è un controsenso economico oltre ad essere un freno enorme dal punto di vista culturale.
Ma veniamo al film in sè che è bello e sicuramente merita tutto il successo che ha avuto in giro per il mondo.
Non arriverò a definirlo un capolavoro come ha fatto Mastro Stout, ma sicuramente è un film che in ogni sua parte è fatto molto bene: dalla storia, al character design, alle canzoni, tutto è realizzato con estrema cura. Lascio il termine capolavoro ad una manciata di titoli che si stagliano nella mia memoria come delle vette difficilmente avvicinabili. Però è rassicurante che nonostante una leggenda come Hayao Miyazaki e il suo studio Ghibli abbiano smesso da più di tre anni di produrre film, lo spazio lasciato libero sia stato subito occupato dai film di nuovi autori. Il fatto che Your Name risulta essere un ottimo film comunque è molto importante, perchè si inserisce in quel processo di cambiamento generazionale che sta vivendo il cinema d’animazione giapponese. Ogni film è una nuova prova, un nuovo esame per un autore giovane come Shinkai. Tra i tanti che avrebbero dovuto partecipare alla gara per essere nominato erede di Miyazaki-sama sono rimasti in gioco (causa i decessi prematuri di Yoshifumi Kondō e Satoshi Kon, e la crisi esistenziale-professionale di Hideaki Anno) solamente due nomi: Makoto Shinkai e Mamoru Hosoda. E’ proprio ad uno dei titoli di quest’ultimo, La ragazza che saltava nel tempo, che ho subito pensato durante la visione di Your Name. Il tema del viaggio nel tempo, del destino e della sua (im)mutabilità, l’eta dei protagonisti, contraddistinguono entrambe le pellicole. L’elemento che distingue Your Name è senza dubbio quello spirituale, l’azione delle divinità shintoiste è evidente anche se le immagini non lo rendono esplicitamente.
C’è però un piccolo elemento, quasi trascurabile, che ho notato essere presente in misura maggiore o minore sia nel film di Shinkai che in quelli di Hosoda e che continua a non convincermi. Mi riferisco al fatto che sempre di più nei film post Studio Ghibli trovo situazioni in cui elementi del disegno e cinematografici si richiamano espressamente all’animazione televisiva. Per esempio i visi deformati e le stilizzazioni nei momenti di imbarazzo o di rabbia dei protagonisti e in generale nei momenti comici della pellicola. Mi sembra un elemento che stride col tono stilistico che quei film mantengono per il resto del tempo. Se facciamo un paragone con Miyazaki, certi momenti nei film Ghibli erano rari e comunque non “staccavano” troppo dal resto. In Ponyo per esempio ci sono diversi momenti definibili come infantili ma sono inseriti nel contesto di un film destinato ad un pubblico molto giovane. Sicuramente qualcuno obietterà che quegli elementi risultano essere distintivi dell’animazione giapponese però è un obiezione che prevede una consequenzialità tra anime in tv e anime cinematografici. Ritengo invece che il cinema d’animazione deve essere qualcosa di diverso rispetto all’animazione televisiva e un autore dovrebbe divaricare ad ogni film un po’ di più questa differenza. Insomma per realizzare anime cinematografici non bisogna limitarsi a portare una televisione in alta definizione al cinema, ma bisogna pensare ad un linguaggio diverso con altri standard rispetto a quelli televisivi.


Your Name. The Mastro Stout version


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Ho visto “Kimi no na wa” (titolo internazionale: “Your Name”). Capolavoro, e non solo dell’ottava arte. Un’opera enorme, riuscita sotto tutti i punti di vista: realizzazione tecnica impressionante (effetti di luce di tale livello, sinceramente, io e gli altri divoratori di anime presenti con me in sala non li avevamo mai nemmeno lontanamente visti); storia commovente ma, al solito nelle opere nipponiche, intervallata da momenti ironici godibilissimi; sceneggiatura a orologeria; personaggi molto ben delineati (considerata la durata della pellicola, che non è certo un film-fiume). Ma soprattutto un film la cui struttura narrativa è paragonabile a una corsa sulle montagne russe, sia per quanto riguarda i numerosi momenti sentimentali – capaci di toccare l’animo e strappare un singulto anche a noi inveterati cuori di pietra – sia per l’attesa di un finale che, in fondo, tutti desidereremmo sia happy ma che viene costantemente, e sapientemente, rimandato di minuto in minuto, in modo da creare un meraviglioso senso di attesa, da stillicidio emozionale. Per “riprendermi”, tanto per dire, la mattina dopo averlo visto mi son sparato un disco dell’ex reverendo Manson nel chiuso dell’abitacolo automobilistico.

Ammirate gli aloni lasciati dalle tazze di the caldo appoggiate su un tavolo, i raggi del sole che tagliano le nuvole e realizzano magnifici giochi di ombre sul terreno, le scie luminescenti delle terrificanti comete che piovono dall’alto e, più in generale, ogni singolo dei 107 minuti di cui è composto “Kimi no na wa”. Non c’è un attimo che sia sprecato, superfluo. È un flusso di immagini e parole perfetto, malinconico ed emozionante, che ha purtroppo il suo termine con l’ultimo dei titoli di coda. Un’opera che lascia qualcosa dentro il cuore, un vero messaggio di speranza per ogni uomo e donna di questa terra, cosa rarissima nei prodotti di fiction contemporanei, accecati dalla sincopata foga di dire/parlare/urlare, quando la vera ricchezza nasce quasi sempre dalla sottrazione di dialoghi e di scene, da un minimalismo che è tipico, ça va sans dire, della cultura nipponica.

Ricordo come al termine della proiezione, nel corso delle classiche chiacchiere di commento che ci si scambia tra gli amici presenti, ho sollevato per l’ennesima volta (cosa davvero brutta il diventare vecchi…) l’atavico problema del cinema italiano dell’essere totalmente incapace di realizzare anche solo pallide imitazioni di opere di cotal fattura. E sì che mai come in questi ultimi anni il nostro cinema ha iniziato – con immane fatica, sia chiaro – un processo di lento allontanamento dalla generale monnezza che puntualmente (ri)propone a ogni Natale sospinto, una diversificazione dei propri prodotti di fiction cinetelevisiva, quasi una quest di fabbricazione di lavori afferenti a generi di nicchia, da sempre bollati come di serie B se non peggio. In tal senso, la luce in fondo al tunnel è rappresentata da un paradigma umano: Stefano Sollima, vero e proprio guru del rinato crime tricolore, genere che, mai come oggi, gode di uno strameritato seguito, al cinema e in tv, tanto da aver meritatamente contribuito a innalzare il regista romano alle vette hollywoodiane. È infatti prossimo il sequel di “Sicario” (per la cronaca, uno dei film più belli di inizio millennio, pardon, uno dei migliori tre di inizio millennio), da lui diretto.

Ora, non per voler per forza collegare “Kimi no na wa” all’ottimo Sollima ma un terreno comune tra i due fenomeni c’è ed è la piattaforma di streaming Netflix. Questa, infatti, ha non solo presentato al pubblico di casa nostra l’opera precedente – e, inutile dirlo, magnifica – del maestro Shinkai Makoto, intitolata “Kotonoha no niwa” (“Il giardino delle parole”) ma sta anche producendo il serial televisivo tratto dal romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo “Suburra”, la cui versione cinematografica è stata girata dal director delle pluripremiate serie di “Romanzo Criminale” e “Gomorra”.
Grande lungimiranza? Ottimo fiuto commerciale (dirlo, in tale contesto, non è una bestemmia)? Piena e consapevole comprensione di ciò che merita DAVVERO proporre e produrre, di ciò che è anzi necessario offrire a un pubblico sempre più analfabeta in ogni campo? Probabilmente tutte queste cose assieme e molto di più. Lunga vita a Netflix (e agli anime ovviamente)!


Baustelle, Avere quarant’anni


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Non manca proprio nulla nel disco “oscenamente pop”, come avevano annunciato, dei Baustelle. L’amore e la violenza, fin dalla copertina, richiama un certo gusto per maladolescenze, avere vent’anni e tormentose carezze lesbo, ma tutto come visto attraverso una cortina, la distanza di un filtro citazionista bello fitto. Molto Battiato epoca Voce del padrone, un sacco di archi di un qualche disco perduto dei Rondò Veneziano. Bianconi sembra sulle tracce di un cantautorato classico, tra Vecchioni e De Gregori, con fraseggi più leggeri di quelli alla De Andrè dei tempi dei Mistici dell’Occidente, e con un pizzico di femme fatale svenevole e decadente: diciamo Dalida come la potremmo vedere in un ipotetico tardo giallo all’italiana.

I Baustelle non sono nuovi, ovviamente, nel farcire le loro musiche di allusioni e riferimenti diretti, ma è come se la lancetta si fosse spostata in avanti. Se Fantasma era un disco mostruosamente farcito di svolazzi morriconiani, orchestre, dissonanze, in una specie di ricostruzione fantasmatica (appunto) degli anni settanta, qui sembra che il confronto sia con la prima vera epoca della disperazione e della decadenza italica: i primi ottanta, il riflusso, la disco, gli archi non suonati dal vivo ma richiamati dal mellotron. Con una forte presenza dell’altro Bianconi, Ettore, che sfodera un certo gusto elettronico, un po’ Vangelis e un po’ Neon Demon, o un Suspiria in bassa fedeltà (le prime battute di “Lepidoptera” sono superbe). E allora ecco che questo disco non sarebbe stato fuori posto in una radiolina la domenica mattina, attorno al 1981, con Amanda Lear, un certo Battisti orchestrale, sample di Sandokan, persino i Ricchi e Poveri.

Viene fuori  così quello che èun altro riferimento parallelo, il Sebastien Tellier del periodo Sexuality: “L’Amour e la violence” ed elettronica melodica da eurofestival, con una patina retro ricreata benissimo. Le melodie sono irresistibili e molto italiche, e Rachele è in gran spolvero. Per il resto, non mancano epicurei, occultisti, fauna artistica trattata male, Justine, un gusto sadomaso che sembra venire dalle collezioni di lepidotteri delle amanti di Duke of Burgundy di Peter Strickland. E il solito contorno, irresistibile, di stati clinici: melanconie, depressioni, meteoropatie, dipendenze chimiche e affettive, perversioni suggerite, reflussi gastrici. Rime virtuose tra tamerici e amici, , dischi dell’estate e spiagge deturpate; apparizioni di falene di luce, David Foster Wallace, ere dell’acquario, processioni, euforie da balli di gruppo nel fantastico apocrifo Abba di “Musica Sinfonica”. Santi e Martiri dei rapporti di coppia, con un po’ di ottimismo derivante dall’accettazione del tempo che passa, perché sono più di quaranta, ragazzi, e si sentono tutti, e non è certo un male. Euforie sul bordo del disastro, discoteche a Palmira, un’Europa Terminale che costeggia l’abisso e fa quello che in tutti i miti fanno gli dei quando la terra gli fugge da sotto i piedi: inizia a ballare.


Shock and Awe, l’identità performativa del Glam Rock


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Molti elementi interessanti, al di là di quelli strettamente musicali, si possono trovare nel recente libro di Simon Reynolds sul Glam Rock, Shock and Awe. La musica Glam, nel periodo del suo picco, che si potrebbe collocare nella prima metà degli anni settanta, è significativa per il modo in cui gioca continuamente con le identificazioni e con le maschere, per il gioco ricombinante di codici e stili che anticipa quello che poi si sarebbe chiamato postmodernismo. Soprattutto, per la sua spinta contemporaneamente orientata verso il passato e il futuro. Per parafrasare il Deleuze della Logica del Senso, il Glam si muove in due direzioni temporali diverse, spostandosi lungo la linea del Passato e quella del Futuro, e l’unico tempo che schiva è il Presente, cioè il tempo dell’identificazione. Dallo strano misto di ingenuità e arrivismo di Marc Bolan, sospeso tra rievocazioni tolkieniane freak folk e perfetti e levigati gioielli pop, fino al consapevole scivolamento retrofutirsta dei Roxy Music, che si muovono tra il glamour degli anni cinquanta, o ancora prima quello delle Bright Young Things degli anni trenta, costruendo allo stesso tempo veicoli musicali estremamente innovativi, in connessione diretta con il futuro. Nella convivenza, durata un paio di dischi, tra i vocalizzi teatrali e manierati di Bryan Ferry e le elaborazioni elettroniche e rumoriste di Brian Eno, viene ben rappresentato questo scambio tra fasi e sequenze musicali e culturali apparentemente incompatibili. Da una parte un ritorno alle radici della prima generazione del rock ‘n’ roll, che cerca consapevolmente di smontare l’ipotesi “adulta” della seconda generazione – quella che culmina con i Beatles, la serietà del messaggio impegnato dei songwriters e con il “darsi un tono” virtuosistico del prog. Dall’altra, il ricorso alle invenzioni produttive e tecniche degli anni settanta, con batterie e chitarre raddoppiate, effetti di delay, suoni levigati e plastici, droni cosmici e inserti di rumore puro.

Questo gioco su tempi diversi concorre a fissare gli artisti glam come se fossero manichini o maschere, bloccati in una serie di pose fotografiche tra squisitezza retro e design kitsch futurista, come se Cary Grant si trovasse in un film di Kubrick, o la Garbo girasse per la New York piena di immondizia degli anni settanta. E non a caso vengono in mente immagini, prima ancora che suoni. Il glam è un specie di musica dell’occhio – prima ancora che per l’orecchio – impegnata in una continua sfilata, una specie di esibizione ed esposizione allo sguardo, in cui gli artisti provano vestiti, passano in rassegna stili, indossano maschere come se pescassero alla rinfusa da una scatola di fotografie in cui ci si può imbattere in dark ladies, travestiti, star del cinema, ricchi possidenti terrieri che sorseggiano champagne, elfi teenager, fotomodelle fetish, maschere di carnevale, vecchi imbrillantinati, dive vestite di stracci, uomini in collant leopardati.

Lo sguardo a cui tutta questa sfilata si indirizza è quello sessualizzato del pubblico, certo, ma anche lo sguardo stilizzato dell’obiettivo fotografico, come se il flusso del desiderio messo in circolo tra gli spetttori ritornasse all’artista, che si contempla attraverso lo sguardo del fan, per poi ribaltarsi nella posa ostentata, in attesa dello scatto capace di fissarla, renderla iconica, trasformarla in un brand e quindi in un prodotto commercializzabile. È una riproposizione pop del classico scambio nietzscheano tra Apollo e Dioniso, tra la forma che blocca la forza e la forza che eccede la forma, tra flusso e contorno, rilanciata attraverso un circuito spettacolare ed economico. Il dispendio e l’eccesso del rock catturato nella levigatezza formale della posa stilizzata.

In tutto ciò troviamo un paradosso: se è vero che il glam schiva il presente,per scivolare verso il passato e verso il futuro, questo movimento contraddittorio viene reso in una serie di blocchi temporali, che congelano le pose in una sorta di istantanea fotografica. Ancora Deleuze ci può venire in aiuto qui, con l’idea che da una parte il flusso della realtà eccede sempre in presente, in quella spinta che viene chiamata “divenire”, sottratta alle identità stabili. Ma allo stesso tempo dal flusso della realtà, dal rimescolamento dei corpi e degli stati di cose, si stacca il senso, come un effetto di superficie, il sorriso del gatto di Alice, neutro e impassibile, sempre sul punto di ribaltarsi nel non senso. Dire che il senso è un effetto vuol dire che la direzione di lettura di un fenomeno, se questo fenomeno è davvero innovativo, avviene sempre attraverso una sorta di estrazione: dalla successione storica dei fatti, emerge qualcosa che rompe la continuità, aprendo uno spazio non pensato e non previsto, quello che Deleuze chiama virtuale. È il margine virtuale di un evento a far sì che la sua carica innovativa rimanga attiva al di là delle semplici apparizioni storiche. Per capirci, il Glam, nato in un certo momento storico, diventa un evento musicale riattivabile più volte nel corso della storia della musica: nella coscienza dell’immagine dei Duran Duran così come nella decadenza da Sunset Boulevard dei Motley Crue. Nell’edonismo transgender della Disco Music e nella consapevolezza citazionista del Post Punk, fino ad arrivare all’idea della storia del rock come archivio digitalizzato di possibili stili attivabile con un click su Youtube o su Spotify, fino alla sampledelia, al culto del successo dei rapper e al trovarobato hipster.

 

L’altra inversione presente nel glam è ovviamente quella tra maschile e femminile. E Shock and Awe analizza benissimo la femminiltà elfica di Marc Bolan – che lavora sul margine sottile tra la provocazione e l’oggetto del desiderio per le ragazzine alla ricerca di un’ideale maschile non troppo minaccioso –, la mascolinità eccessiva di Gary Glitter e il puro camp newyorkese che dai travestimenti di Wayne County arriva al Rocky Horror Picture Show. Ma è ancora nei Roxy Music che si trova il caso più interessante, con la femminilizzazione spinta di Brian Eno accoppiata alla sua immagine eccentrica di genio elettronico e al suo insaziabile istinto sessuale etero, al punto che il dandy Brian Ferry si sente direttamente minacciato ed espelle l’alieno Eno e le sue tastiere noise dalla band. In questa rivalità tipicamente macho sta un altro ingrediente della formula Glam: maschile e  femminile si mescolano ma, a parte rare eccezioni, i ruoli e gli equilibri di potere rimangono quelli tradizionali, e il contaminarsi dei generi sembra più un gioco di marketing.  Eppure, in questa rivoluzione tutta giocata attraverso spostamenti stilistici, qualche elemento di cambiamento reale è passato: il fatto che il ruolo potesse essere indossato prima ancora che vissuto, che i limiti si potessero superare, che il pop potesse di nuovo essere una forma di piacere e di gioco. Che anche chi stava ai margini della società potesse sentirsi, finalmente, affascinante, fosse solo per un taglio di capelli, un filo di mascara o una giacchetta di piume di marabù.

 

La spinta innovativa del glam si concretizza intercettando i codici più improbabili, in una continua inversione di alto e basso, passando per il kitsch assoluto dei New York Dolls, anticipatori del trash rock degli anni ottanta, per il pop elettrico iperprodotto degli Sweet, per l’immagine da tomboy di Suzie Quatro, per le provocazioni da grand guignol di Alice Cooper, per gli inni working class degli Slade, istrioni dickensiani della Black County industriale. E soprattutto – come è ovvio – per il consapevole gioco performativo di David Bowie, la cui vocazione al cambiamento e al gioco di specchi – che lo ha reso un’icona – è in realtà quanto di più distante da ogni idea di autenticità rock.

 

Proprio “performance” è la parola che conta, nel contesto descritto da Reynolds: il glam performa più che vivere, rilegge a distanza più che identificarsi, pasticcia con i codici e colleziona stili, più che esprimere emozioni. E in questo, verrebbe da dire, il glam è una musica profondamente “stupida”, per il suo stare sempre in bilico tra un identificazione compiuta e una distanza che fa crollare tutto, mostrando come sotto la raffinatezza delle combinazioni stilistiche c’erano isole di incompetenza musicale, intollerabili derive trash, superficialità pop rispolverate attraverso il glamour americano, i maghi del Signore degli Anelli, il cabaret decadente berlinese, il travestitismo camp, il culto dell’eleganza mod e le aspirazioni upper class. Il Bowie che colleziona e indossa stili per lasciarli cadere con rapidità impressionante non è tanto diverso dai due celebri stupidi Bouvard e Pecuchet di Flaubert e dalla loro vocazione di copisti che li porta ad attraversare e vivere in modo rapidissimo e momentaneo saperi, scienze, filosofie, visioni del mondo, segnali di stile. E in questo sta l’interesse del Glam: il vivere il presente come serbatoio di modelli del passato, e quindi storicizzati, in cui il porno camp di Russ Meyer, il glamour luminoso delle stelle del cinema, la capacità di autonarrarsi dell’adolescente appassionato di fantasy, il design modernista, le superfici di plastica della pop art, i codici decostruiti dell’avanguardia possono combinarsi per dare corpo a straordinarie apparizioni musicali.

Il caso di Bowie introduce però altre variabili: il gioco sull’identità è anche lo specchio di individui in perenne crisi. Bowie non finisce mai di cercarsi, dal capellone dandy della fine anni sessanta all’alieno Ziggy, dal duca bianco diafano e paranoico della fuga in California alla rinascita musicale e personale del periodo berlinese. Quello che mi pare interessante è un certo rapporto di risonanza creativa con i luoghi: Bowie in versione thin white duke assorbe l’atmosfera decadente e terminale di Los Angeles -, il cul de sac spirituale fatto di sole e coca, da viale del tramonto – passa attraverso il road movie cosmico dell’uomo caduto sulla terra, scende in una deriva nazi esoterica molto californiana per poi sentire la necessità di ritrovarsi nel cuore dell’Europa, nel non-luogo per eccellenza, Berlino. La performance diventa anche una specie di turismo del sé, un’immersione nel gioco della fantasia che crea scenari interiori utilizzando tutto quello che ha a disposizione. Col rischio di essere però fraintesi, perché a coincidere del tutto con la propria immagine si rischia di non controllare fino in fondo quello che gli altri – la stampa, i produttori, i fan – percepiscono di noi. E il vero emblema del periodo è forse la serie di foto di Bowie in piedi nella sua Mercedes 600 cabrio, alla Victoria Station, che sembra improvvisare un comizio nazista, in mezzo a un pubblico di baffuti energumeni working class che escono da un romanzo di David Peace. Il sogno degli anni settanta ridotto a incubo fotografico, mentre il capitalismo affila le lame ed è pronto ad assorbire ogni produzione estetica in una nicchia di mercato. L’immagine è competizione, l’ambiguità è valore, la politica è capitale. Ma per un attimo uno strano sogno sembra ancora possibile. Il glam come supremo bricolage in cui i maghi di Tolkien evocati da Bolan viaggiano lungo il Sunset Boulevard, di notte, sulla mercedes di Bowie, utilizzando il paesaggio urbano come un alfabeto runico. L’euforia si muta in disforia, l’essere in un luogo preciso diventa transito, deriva, passaggio, sinapsi chimica, magia.


Dead Parrot’s “Covers for Christmas” Compilation


di
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Big Black – The model (Kraftwerk)
Sonic Youth – Superstar (Delaney and Bonnie)
Grace Jones – La vie en rose (Edith Piaf)
Moullinex & Peaches – Maniac (Michael Sembello)
Turbonegro – Suffragette City (David Bowie)
Freedom Fry – 1979 (The Smashing Pumpkins)
Peter Gabriel & Hot Chip – Cape Cod Kwassa Kwassa
Caetano Veloso – Come as you are (Nirvana)
Soulwax – Children of the revolution (T. Rex)
Fantômas – Rosemary’s baby (Krzysztof Komeda)
Manel – La gent normal (Pulp)
Franz Ferdinand & Jane Birkin – A song for sorry angel (Serge Gainsbourg)
The Soft Pink Truth – Black Metal (Venom)
The Langley Schools Music Project – God only knows (Beach Boys)
Polysics – My sharona (The Knack)
Robert Wyatt – Del mondo (CSI)
The vickers – Lady (hear me tonight) (Modjo)
The spinto band – I think we’re alone now (Tiffany)
ANBB – One (Harry Nilsson)
The Tropics of Cancer – Poptones (PIL)


Wake Up, Dolores!
Part 1: The place to be


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Quanta cazzo di frustrazione avete dentro?
Quante ce ne è nelle esistenze che quotidianamente vivete?
Siate sinceri. Abbastanza. Per alcuni forse troppa.
Siate ora altrettanto sinceri. Cosa dareste per trovare il vostro habitat ideale, nel quale poter trascorrere la vostra vita in maniera appagante, come meglio desiderate. Badate, non parlo di pulsioni sommesse e schifezze varie ma di ricerca del proprio-Io nascosto, seppellito dalla grigia routine quotidiana, di una quest mirante alla liberazione del “fanciullino interiore” di pascoliana memoria, che alberga – alquanto imprigionato – in ognuno di noi, come ci hanno insegnato. Parlo di un posto dove poter tirar fuori i vostri istinti migliori (eventualmente, pronti alla pugna con coloro che, purtroppo, tireranno fuori gli istinti peggiori).
Bene, se ve lo potete permettere, benvenuti a Westworld! Duffogrup lo sa dal 2005, Alunno Proserpio lo avrà compreso dalle nostre vecchie, prime chiacchierate: per il sottoscritto il non plus ultra della serialità televisiva è rappresentato da una e una sola serie, Lost. Ora, quanto quell’opera di fiction ha costituito uno spartiacque nella mise en scene narrativa operata dal e nel piccolo schermo (fino ad allora praticamente solo lineare), climax del primo decennio del II millennio, così Westworld punta con sicurezza – di mezzi, di cast artistico, ovviamente di ideatori e sceneggiatori – a configurarsi come la milestone di questa seconda decina d’anni. Quale prodotto di entertainment della contemporaneità è infatti riuscito meglio a catturare lo zeitgeist di questi tempi difficili, di forti tensioni esterne ma, forse soprattutto, di potenti tensioni interne all’essere – non per forza, come ci viene mostrato nel serial – umano? Nessuno. Grandi domande esistenziali (ci) vengono offerte e poste in continuazione da numerose lavori finzionali, sempre più spesso provenienti da videogiochi di qualità altissima. Penso immediatamente a un altro dei miei cavalli di battaglia, Mass Effect, in particolare nel suo terzo e, per il momento, ultimo capitolo. Ma se vogliamo trattare di opere dalla diffusione davvero massiva, è chiaro che il pensiero deve andare all’universo cine-televisivo.

Alzi la mano la persona che, almeno una volta nella propria vita, non abbia desiderato di liberarsi da gioghi professionali, famigliari, di relazioni. Sognare, specie ad occhi aperti, può essere un’arma potente, per quanto spuntata. Nel mirino essa ha la vuotezza delle nostre esistenze, ormai schiacciate da meccanismi sociali e lavorativi grigi e iterativi, che inevitabilmente non fanno che schiantare ogni sogno di altro già sul nascere (se non per la élite che può permettersi di vivere dentro esso). Lo scontro avrebbe come ricompensa il poter guadagnare un piano esistenziale in cui avere campo libero per le proprie reali aspirazioni e, certamente, uno spazio nel quale poter vivere certe situazioni in maniera deresponsabilizzata, cosa peraltro del tutto diversa dalla vita di quei lattanti insopportabili a cui tutto è concesso. Infatti, anche nel suddetto ambiente ogni azione porterebbe a una conseguenza con la quale fare, prima o poi, i conti.

Chiudete gli occhi e immaginate questa scena: un cowboy, accompagnato dal suo fedele destriero e dalla propria altrettanto fedele arma da fuoco, immerso in una sterminata prateria e, di fronte a lui, un orizzonte senza fine, avvolgente. Immaginate. Respirate. Vivete! Non è Red Dead Redemption, è Westworld ma siamo nel medesimo universo dei rari capolavori generati da menti illuminate dell’entertainment globale. Siamo in un mondo che è stato reale a tutti gli effetti nel passato e che ora lo è nuovamente, una terra nella quale, se ve lo concederete (e ve lo concederete), il vostro Io/Ego uscirà fuori, prima sommessamente ma subito dopo in maniera inarrestabile, prepotente. È solo questione di volontà e di (poco) tempo.
Ho scritto queste righe subito dopo la visione di “Trompe L’Oeil”, 7° episodio della I stagione della serie. La speranza in quel mondo non è di casa o comunque se la passa molto male, esattamente come nel nostro. Nelle prossime puntate, le cose peggioreranno sicuramente, ancora e ancora, e non solo per i protagonisti della storia ma anche per la disillusione che provo verso il genere umano.
Sul podio:
– Evan Rachel Wood: Dolores. Della serie: basta la parola (in questo caso, vederla). Mai visto un personaggio così maltrattato per ore e ore e ore. Poi, sorride un attimo e il cielo torna limpido.

– Jonathan Nolan: la mente e il burattinaio, assieme a Lisa Joy.

– Ed Harris: il villain Man in Black. Ci torneremo su.

Menzione onorevole a:
– Ramin Djawadi, autore delle musiche. Il main theme, cupo ed estremamente suggestivo, anche grazie alle immagini della sigla, credo proprio resterà negli annali cinetelevisivi.

Citazione finale:
“Che tu possa vivere in tempi interessanti” (sorta di maledizione cinese). Quello (quelli?) di Westworld lo sono di certo…


Superonda: storia della musica che non fece l’Italia


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D’ora in poi quando qualche sbruffone anglosassone pasteggiando a prosecco e Ferrero Rocher durante i ricevimenti dell’ambasciatore mi sbatterà in faccia la superiorità della critica musicale d’oltremanica io tirerò fuori un volumone di più di 600 pagine intitolato Superonda: storia segreta della musica italiana. Il libro di Valerio Mattioli è un’opera meritoria, che dovrebbe essere motivo d’orgoglio della scena musicale italiana e in particolare per la categoria dei critici nostrani. Il lavoro che ha svolto Mattioli è mastodontico sia in termini temporali, infatti il periodo trattato va dal 1964 al 1976, un’intera era geologica in termini musicali, per la mole di materiale raccolto ed analizzato e per la vastità degli argomenti che il suo discorso tratta. Partendo da quella scena rock di metà anni ’60 che si pone in maniera alternativa al carrozzone sanremese, Mattioli divaga senza soluzione di continuità tra movimenti artistici d’avanguardia, corsi tedeschi di musica contemporanea, cartelloni pubblicitari, divani dal design sinusoidale, comuni hippie, laboratori fonologici, cinema western e cinema giallo, riviste musicali, droghe sintetiche, architetture improbabili, Lascia o Raddoppia e altre amenità della Rai, concerti finiti male e tanto altro (veramente tanto altro), utilizzando naturalmente come filo conduttore la musica che da quel contesto scaturiva o che quel contesto contribuiva a crearlo.

Il Sessantotto è il vero baricentro culturale del periodo considerato da Mattioli, naturalmente dal punto di vista politico ma anche da un punto di vista culturale, anche se podromi di alternatività alla cultura borghese dominante nell’Italia del boom economico vi erano già stati negli anni che precedettero Valle Giulia, un esempio su tutti il Piper. Accanto ad una storia della cultura italiana pre e post-sessantottina il libro tratta di alcuni personaggi, in particolare è centrale la figura di Ennio Morricone, che col Sessantotto da un punto di vista politico magari hanno poco da spartire ma che in un certo senso hanno avuto all’interno del mondo culturale italiano, ed in particolare quello musicale, un effetto altrettanto rivoluzionario. Per la minuzia con cui viene affrontato questo gigantesco argomento Superonda ha un respiro quasi accademico ed è una lettura obbligata per chi ha anche solo un po’ di curiosità e, come ha scritto Stefano Bianchi nella sua recensione per Blow Up, è già un punto fermo della letteratura musicale italiana con cui chiunque traccerà storie di quell’epoca dovrà necessariamente confrontarsi.

Detto questo, non succede spesso che il sottoscritto si perda in lodi sperticate per chicchessia e quindi non lo faccio neanche in quest’occasione, anzi mi sento in dovere di concludere rivolgendo qualche pseudo-critica a Mattioli e qualche altra considerazione sulla materia del libro.
Innanzi tutto ho sentito una sensazione di mancanza quasi insostenibile appena ho cominciato la lettura di Superonda, sensazione che è continuata aggravandosi fino alla fine: il libro manca incredibilmente di un indice. Non c’è un indice analitico degli argomenti ma nemmeno uno dei nomi. Un libro di storia di 600 pagine con, facciamo una media, 650 parole per pagina (basta passare un paio di pagine con l’OCR per contarle) che fanno circa 390 mila parole, ha bisogno di un indice punto e basta. Senza un indice dei nomi i collegamenti di Mattioli vanno a farsi benedire perchè io lettore, non essendo Pico della Mirandola, dopo sei capitoli posso anche non ricordarmi chi suonava il basso nei Saint Just di Jenny Sorrenti o quali architetti facevano parte del Superstudio di Firenze o chi passava l’estate a Darmstadt dei componenti del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Se una delle idee fondamentali del libro è la permeabilità di quell’ambito culturale dovuto ai rapporti e alle contaminazionni che in quel periodo avvenivano con estrema facilità, allora la mancanza di una cosa tecnica come un indice rischia di non far emergere in maniera semplice questa idea.

Un secondo appunto che mi sento di fare più che una critica è un consiglio a chi si appresta a mettersi alla lettura di Superonda. Questo libro è un invito alla multimedialità. Bisogna leggerlo a piccole dosi, fermandosi quando non si conosce qualcosa di ciò che viene descritto e andando caparbiamente alla ricerca sul web togliendosi ogni sfizio di curiosità. Non ci rendiamo quasi mai conto della fortuna di avere a disposizione una collezione infinita di immagini, filmati, brani musicali (spesso interi album) a portata di mouse finchè non ci troviamo difronte ad un catalogo di questa natura.
E qui mi collego all’ultimo punto che volevo trattare: nonostante un ondata di revival che ha spinto i discografici a ristampare diversi dischi del periodo, la grande maggioranza del materiale di cui tratta Superonda è letteralmente introvabile ed è solo grazie al lavoro di anonimi diggers (spulciatori di vinili rari alle fiere), rippatori (quelli che registrano un vinile e caricano l’audio su youtube) e collezionisti se possiamo ascoltare Fetus di Battiato, Feedback del GINC, il Volo magico di Rocchi o buona parte della library music italiana. Perchè se vogliamo proprio dirla tutta, questa musica l’Italia l’aveva per lo più dimenticata senza grandi rimpianti, con la sola eccezione del progressive italiano salvato dall’oblio da una sorta di orgoglio nazionale visto il successo di alcuni gruppi come PFM e Banco del Mutuo Soccorso all’estero. Forse il sottotitolo più adatto sarebbe stato Superonda: storia della musica italiana segreta.

Trovo che Superonda racconti fondamentalmente la storia di un movimento musicale sconfitto, capace al suo apice di muovere masse di ascoltatori verso i festival pop degli anni ’70 ma incapace di vincere la gara commerciale contro la canzonetta sanremese prima e i cantautori pop dopo. Il casino sociale e politico scatenato dal movimento del ’77 che spazzò via con una ventata di nichilismo il Sessantotto e buona parte dell’universo culturale nato dieci anni prima, nei confronti dei vari Dalla, Cocciante, Baglioni, e al loro successo di massa si dimostrò fin troppo disinteressato. Forse l’intrinseca debolezza del rock dei freak, della psichedelia e in generale di quel mondo culturale alternativo in Italia è sempre stato l’incapacità di venire a patti con l’anima artistica e commerciale del fare cultura per vivere. Da un lato c’era chi raggranellava denari inanellando hit da classifica, dall’altro chi ti rinfacciava il fatto che la musica che suonavi la vendevi ad altri ragazzi, altri compagni, e in fondo quindi eri un po’ borghese e capitalista pure tu. Era un movimento sconfitto in partenza e destinato ad un oblio che non meritava, per questo Superonda di Mattioli adesso è così importante: perché ridà dignità all’anima artistica di quell’utopia.


Ipotesi per un remake grafico


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Se esiste una lettura a fumetti con la quale ho sempre faticato, e non poco, questa è indubbiamente “Sandman”. “Vergogna!”, è il coro che odo levarsi dagli spalti dei più o meno true believers. Aggiungo, a mia colpa, che non ne sono un profondo conoscitore, tantomeno un fan, e di non essere mai riuscito ad arrivare all’ultima pagina della saga. Ricordo ancora come interruppi la collezione al terzo spillatino della defunta Comic Art, la casa editrice che ne possedeva i diritti italiani nell’ormai lontano 1994.

Altro grido assordante: “Bestemmia!”. Vabbè, potrei difendermi appellandomi al fatto che la storia di Neil Gaiman è oggettivamente complessa, presenta diversi livelli di lettura e richiede un indubbio sforzo nella sua fruizione, ben al di sopra di quelli previsti dalla media della produzione fumettistica moderna, per non dire contemporanea. Tuttavia, no, non voglio nascondermi dietro queste ideali foglie di fico e sarò totalmente sincero.

Il principale fattore che non mi ha mai permesso di concludere la serie, pur possedendone da qualche tempo tutti i volumi, è uno e uno solo: la qualità dei suoi disegni. Un aspetto questo che, con mio sommo gaudio, è mutato completamente con il fresco sbarco sul personaggio del maestro J. H. Williams III e delle sue inconfondibili e magiche matite in occasione del lancio della miniserie prequel “Sandman: Ouverture”.

Quest’ultima storia, realizzata al word processor sempre dallo scrittore originario, è semplicemente una gioia – quasi lisergica in numerose tavole – per gli occhi. Quanto alla vicenda in sé narrata, le opinioni non sono tutte concordi ma, dal punto di vista dei disegni, non vi è alcuno che si sia permesso di discutere il risultato finale.

Ora, non intendo sostenere l’assioma, molto in voga in USA negli anni ‘90, “bei disegni = bell’albo”, tipico, tra l’altro delle fasi di avvicinamento al medium fumetto in età più o meno giovane (proseguendo nelle letture, e maturando con gli anni, ci si rende poi conto come, al 90%, la formula magica sia invece: “bella sceneggiatura = bell’albo”). Tuttavia, i disegnatori chiamati a realizzare la gran parte dei numeri della lunga serie originale – parliamo di ben 75 albi, spin-off esclusi – mi sono piuttosto indigesti. Il prodotto non fu certo concepito come opera mainstream, ricevendo i natali nell’alveo dell’allora neonata divisione Vertigo della DC Comics. Gaiman, nel 1989, non era ancora un autore affermato, di grido, alla “moda”, quale divenne a partire dal decennio seguente, in primis grazie a questa sua opera. La scelta dei creatori grafici della serie cadde sulla coppia Sam Keith (matite) e Mike Dringenberg (chine, poi anche matite), fino ad allora attivi su lavori decisamente minori e dotati di un tratto underground, sporco. Ecco, già solo a buttar già queste ultime parole mi prende un senso di leggero malessere. Non credo di essere un esteta della Nona Arte ma, questo sì, da quando presi in mano il mio primo comic book, ho amato un certo tipo di tratto, quello che si definirebbe classico, definito, non nervoso e “tirato via”, come spesso accade oggi, epoca in cui vediamo incensati troppi cani le cui matite non avrebbero mai e poi mai visto l’ombra di una pubblicazione poco più di un lustro fa. O tempora o mores…


Mi si dirà che “Sandman” è tutto tranne che una saga di genere supereroistico e, tantomeno, è un fumetto biografico/storico. Ne siamo tutti perfettamente consapevoli, io in primis. Tali generi, nel mercato anglosassone, vengono storicamente realizzati secondo stilemi grafici decisamente classici, che non lasciano pressoché mai spazio al tratto grottesco o bizzarro. Chiaramente, non è il caso della storia in oggetto. Trattando di vicende che hanno per protagonista un pantheon di esseri eterni, le cui (dis)avventure sono calate in contesti nei quali l’elemento onirico è basilare (il protagonista, ricordiamolo, è il Signore del Reame del Sogno), è chiaro come lo stile grafico mediante cui l’opera è stata ideata e poi messa nero su bianco esuli da quelli più tradizionali. La cosa, quindi, andrebbe semplicemente accettata ma purtroppo, né ora né in passato, questo mi è facile da digerire, specie dopo aver divorato con gli occhi le tavole impareggiabili del citato Williams III. Ciò che sinceramente mi chiedo è se non si potesse fare uno sforzo maggiore all’epoca.

Ho letto online di recente una sorta di ammissione (perdonatemi, non ricordo se proveniente da Gaiman o da qualcuno ai vertici della DC) di come i disegni dei primi numeri della serie non fossero effettivamente granché. Bingo! Il fatto è che, ogni qual volta riprendo in mano le storie di Morfeo, non faccio che chiedermi come queste apparirebbero se disegnate da autori di primo piano della Nona Arte di fine anni ’80. Non ha alcun senso fare hic et nunc un elenco dei migliori disegnatori dell’epoca. Il problema è che “Sandman” è nato con le matite dei suddetti creatori, onestissimi mestieranti (soprattutto Kieth, creatore anche di “The Maxx”) ma, onestamente, nulla di più.


Qui entrano in gioco pensieri, oltre che personalissimi, anche laterali, quali: è corretto che opere che rientrano a pieno titolo nel patrimonio artistico mondiale non possano godere di una maggiore diffusione, e conseguente apprezzamento (non per forza automatico, ok), in quanto “monche” e/o carenti sotto alcuni aspetti? Il passato non si può mutare, questo è ovvio, tantomeno un’opera artistica fatta e finita. Tuttavia, non sareste curiosi di poter ammirare la storia di cui scrivo, indubitabilmente larger than life, realizzata graficamente da artisti maggiormente – diciamocelo – abili? Sono certo che la saga guadagnerebbe enormemente da un ipotetico remake visivo.

Alla base di tutto credo vi sia il nostro “imprinting fumettistico”. Noi leggiamo ciò che ci cattura (già dalla copertina di un albo, in molti casi), ci emoziona, ci rassicura, ci intriga, ci spaventa. Tutto ciò e molto di più. Al tempo stesso, è difficile che noi si prenda in mano e si sfogli qualcosa che istintivamente tende ad allontanarci. Il tempo a nostra disposizione, specie allorché entriamo nel mondo lavorativo, è oggettivamente quello che è: ben poco. E leggere è un’attività che può risultare rilassante quanto impegnativa; un’azione, in ogni caso, che necessita del suo tempo, soprattutto se a un semplice testo è affiancato un disegno.

“Sandman” rappresenta senza dubbio la lettura personalmente più complicata da portare a termine. Sono certo che, prima o poi, taglierò il traguardo della sua ultima tavola e immagino che ne sarà valsa la pena (è proprio il caso di dirlo). I suoi disegni però… Che supplizio di Tantalo!


Degli eredi di Eva, di continuity vs retcon e delle pudenda bonelliane


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Ispirato dall’ennesima chiacchierata di stampo fumettistico, ricca di spunti e pensieri da “nerd storming”, avuta con il buon Duffo in quel di “Pordenone Comics/Naoniscon” 2016 e nelle settimane successive all’Evento, mi accingo a gettare nel medesimo calderone virtuale alcuni dei temi di discussione più vivaci reperibili in forum, blog, siti web, mostre mercato e passaparola più o meno live relativi ai mondi della Nona e della Decima Arte, il tutto mescolato con un po’ di sana polemica relativa ai fumetti di casa nostra. Insomma, un misciòt, come si dice dalle mie parti. Magari ne vien fuori qualcosa di interessante…

Primo rullo di tambur(ell)i: i successori di “Neon Genesis Evangelion”. Secondo: la morte della fantasia in casa Bonelli. Terzo: la temuta continuity contro la detestata continuità retroattiva. Gli ultimi due, in un certo senso, son argomenti che si sfiorano in determinati periodi storici, si tengono per mano in altri e si compenetrano in altri ancora. A parte l’immagine vagamente sessuale dell’ultima locuzione, cercherò di spiegarmi nel modo migliore.

Assumendo la posizione de “Il Pensatore” di Auguste Rodin, pongo a me stesso una prima domanda molto secca: “Ma perché?”. Un passo indietro. Siamo nel Paese del Sol Levante ed è il 4 ottobre del 1995. TV Tokyo manda in onda la prima puntata di “Shin seiki Evangerion”, letteralmente “Il vangelo del nuovo secolo”. Un vero accadimento di dimensioni bibliche. Da quel giorno, prima con i suoi 26 irripetibili episodi, poi attraverso i suoi apocalittici film, il mondo dell’animazione giapponese – e quindi mondiale – mutò per sempre. Bambini che vivono nella realtà ma completamente fuori dal mondo, bambini pazzi, bambini che muoiono e/o escono mutilati dalle battaglie (e impazziscono anch’essi), cloni di madri cacciati dentro robot giganteschi, robot pertanto “umani” che, fondamentalmente, sono pazzi pure loro (perché gli adulti sono dei folli, è ovvio, no?). Sangue, distruzione, tradimenti, morti, baci della morte, morte dell’innocenza. Ciak finale: una spiaggia, un mare di sangue, in senso letterale, e 2 (2?) sopravvissuti (sopravvissuti?). Fine. Titoli di coda. Respirate. Capolavoro immenso, non replicabile in alcuna maniera. Il suo geniale artefice, Hideaki Anno, figura incredibile della Decima Arte, passato attraverso depressioni fortissime e salvato dal Maestro Miyazaki, è ora al lavoro su un’altra epopea di distruzione cinematografica, questa volta live-action: “Gojira”. Torno alla domanda iniziale del paragrafo, esplodendola: “Ma perché, perché l’industria degli anime tenta ogni tot anni di clonare questo capolavoro?”. È lapalissiano che il risultato sarà sempre inferiore, sempre. Sono passati ben 21 anni. Probabilmente gli studios nipponici puntano a creare un Evangelion per ogni generazione, sperando di riprodurne almeno in parte il successo (economico in primis, ovvio). A onor del vero, le opere che si ispirano fortemente al magistrale lavoro di Anno non sono mai delle vere scopiazzature, tendendo principalmente a riprendere gli elementi narrativi e iconografici che credono essere alla base di quel successo. Ciò che i produttori non comprendono appieno è che non potranno mai essere i primi a scardinare e rivoluzionare le regole scritte e non scritte dei cartoni animati giapponesi. Al massimo, riusciranno ad essere i secondi o i terzi.

Mi alzo nervosamente dalla posizione del pensatore, con ancora negli occhi le immagini più forti di “Shin seiki Evangerion” e… mi scappa un sonoro sbadiglio al pensiero delle righe che ora vergherò. Si parlerà di beghe del nostro cortile.

“Conversazione immaginaria (e assai polemica) con un autore Bonelli”: questo il titolo di un post che da anni fa capolino nella mia mente e che prende spunto da un reale scambio di opinioni avuto qualche anno fa nel corso di una conferenza il cui ospite principe era Antonio Serra, ossia uno dei tre sodali della cosiddetta “banda dei sardi” della casa editrice. Come può capitare nella vita di tutti i giorni con parenti e conoscenti, anche nel campo delle nostre passioni artistiche le delusioni recateci da figure che consideriamo vicine seppur lontane dal punto di vista di una conoscenza in prima persona, diretta, con le quali si instaura nel tempo un rapporto di – direi – fiducia, possono colpirci fino a portare a cocenti delusioni. La collana di Nathan Never fu per me esattamente uno di questi casi. Una bella storia di fantascienza finalmente dai natali italiani, abbellita da disegni moderni e da sceneggiature ricche di terminologie tecniche, dotata di un immaginario tecnologico affascinante forse mai visto prima nella Nona Arte di casa nostra. Eppure, nell’arco di qualche anno (non pochissimi, fortunatamente), questa montagna ricca di picchi partorì qualcosa di simile a… una pantegana, diciamocelo. Dico giusto tre cose: personaggi e villain interessanti accantonati bruscamente e/o stravolti; una povertà di idee sempre maggiore che portò alla messa in scena di vicende molto, troppo simili agli elementi portanti di alcuni manga robotici (non vorrei utilizzare il termine “scopiazzatura” ma insomma…); una sorta di autocensura in tema di violenza e sesso pur dopo alcuni timidi tentativi di maggiore realismo su tali tematiche, fatto che tuttavia colpì l’intero parco testate bonelliane dopo la sbornia dei primi anni di storie di Dylan Dog. Il brutto elenco potrebbe proseguire ma non voglio andarci troppo pesante. La delusione comunque fu forte, inutile negarlo, tanto che smisi di collezionare la serie. Quando mi capitò il confronto con Serra, non gli esposi tutti i punti appena descritti ma “riassunsi” il concetto, sottolineando come da tempo non seguissi più la sua creatura fondamentalmente a causa di racconti non più emozionanti e originali. L’unico riscontro che ebbi fu un moto di stizza da parte dell’autore – cosa comprensibile, ci mancherebbe altro – il quale fu punto sul vivo. Ogni curatore di una testata in perdita di lettori da anni, se sincero, non potrebbe risultare molto sereno ma è notizia di queste ultime settimane l’avvio di un nuovo reboot con spruzzate di retcon di Nathan Never. Chi leggerà, vedrà. Io non ci credo più.

Mentre cerco di seguire con sguardo mentale i cerchi che il lancio di quest’ultimo sassolino sta provocando nel grigio mare di questo brain storming da insonne patentato, chiudo questo effluvio di parole alquanto pessimiste con un personalissimo “non-ne-posso-più”. Da divoratore incallito di fumetti in primis americani mi incontro/scontro da circa 30 anni con due termini, ma sarebbe più appropriato definirli concetti, che sembra proprio non passino mai di moda: continuity e l’appena citata retroactive continuity (per gli amici, retcon). La prima, astrazione ben poco astratta, idea quasi fondante dell’Universo Marvel Comics, vero e proprio meccanismo ad orologeria in cui praticamente nulla accadeva per caso ma tutto era concatenato, in cui nessun character era un’isola ma faceva davvero parte di un organismo narrativo vivo, pulsante (ah, il mio “Lost”…). Insomma, un cosmo narrativo nel quale tutte le testate che ne facevano parte erano legate dal famoso filo rosso di lamuniana memoria. In un articolo, un sostantivo, un aggettivo e un punto esclamativo: uno spettacolo appassionante! Fu questo l’asso nella manica che, ben più di quello dei supereroi con superproblemi, fece vincere a Stan Lee&soci, per lunghi decenni, la ricchissima sfida di poker con la rivale storica DC Comics, la quale, a onor del vero, è la publishing house passata alla storia per aver ideato l’evento fumettisticamente più celebre e imponente di sempre: “Crisis on Infinite Earths”, nota brevemente come “Crisis”, un romanzo d’amore dedicato a sua maestà La Continuity. Per diversi amici collezionisti, questa è semplicemente LA storia di supereroi di tutti i tempi, quella da consigliare senza se e senza ma a chiunque desideri avvicinarsi a questo genere di fumetti. Far amare gli eroi e i criminali dei comics statunitensi non è impresa facilissima al di fuori dei confini USA. Entrano infatti in gioco molti fattori che possono portare ad un amore sperticato verso di essi oppure ad un rigetto pressoché immediato.

La continuity, provo a darne una definizione su due piedi, è quel meccanismo narrativo, in parte nascosto ad un primo livello di lettura, che procura il piacere di vivere, anche se solo virtualmente, in un universo di fiction coeso, dotato di senso, in cui potersi sentire concittadini newyorkesi dei Fantastici Quattro o della Metropolis di Superman. Dà assuefazione, voglia di seguire tutte le storie correlate a determinati personaggi ed eventi in quanto questi non sono che tasselli di un unico, grande mosaico, di una sola, avvincente storia.
Sua sorella(stra) è la retroactive continuity. Riassumo quanto Wikipedia dice in proposito: espediente narrativo nel quale si modificano eventi e situazioni descritti in precedenza per adattarli a nuovi sviluppi narrativi o per correggere preesistenti violazioni della continuity”. Direte: che idea geniale! Che incredibile fucina di infinite possibilità narrative! Tutto vero MA, come in moltissimi casi, quando si abusa di un meccanismo di finzione, il castello di carte della credibilità sospesa del lettore se ne vola via al primo spiffero d’aria. Purtroppo, il procedimento narrativo in oggetto è oramai abusato. Ho sincerante perso il conto di quante retcon siano state ideate e realizzate dagli architetti di Marvel e DC negli ultimi anni. Online, autori di blog e siti non vanno molto per il sottile, definendo quasi sempre tali operazioni come “stupid” e “dumb” (bè, come altro giudicare la Saga del Clone dell’Uomo Ragno?). Quello che credo sia il vero problema di questi congegni di fiction è che quasi sempre, fortunatamente, lasciano il tempo che trovano, per venire presto o tardi rinnegati, proprio loro che – ironia della sorte – nascono per rinnegare alcune assodate situazioni di continuity. Per restare nel nostro orticello fumettaro, il detective musone di casa Bonelli, fresco protagonista, obtorto collo, di casi di continuity e del suo contrario, potrà dire di averne giovato? Ai dati di vendita l’ardua sentenza ma, lasciando da parte ragionamenti puramente economici, la qualità delle avventure non guadagna una tacca da tutti gli stravolgimenti narrativi compiuti, in fieri e in programma, che non sono altro che foglie di fico che tentano di coprire le pudenda di curatori che da anni hanno perso la rotta della creatività.